L’impatto dell’ allevamento nei prossimi anni sarà catastrofico per ambiente, deforestazione, salute umana se non si prenderanno i provvedimenti adeguati.
USA- La crescita della domanda di carne nel mondo avrà un significativo impatto sulla salute umana, sull’ambiente e sull’economia globale nei prossimi 50 anni, in base allo studio Livestock in a Changing Landscape, rilasciato nel marzo del 2010 dalla Stanford University, Stati Uniti.
La produzione globale di carne è triplicata negli ultimi 30 anni e potrebbe raddoppiare entro il 2050. Questa “rivoluzione del bestiame” potrà avere un impatto significativo su molti aspetti della nostra vita. “L’industria del bestiame vedrà una crescita massiccia, dice Harold A. Mooney, uno degli autori dello studio.
“Questa è la prima volta in cui delgi scienziati guardano ai possibili impatti sociali, economici, ambientali e sulla salute umana, con uno sguardo d’insieme che vuole ridurre gli effetti nocivi e aumentare gli eventuali benefici”, dice Mooney.
Ecco alcuni punti chiave dello studio:
Impatto sull’umanità
Sebbene circa un miliardo di persone povere nel mondo ricevano almeno una parte dei loro guadagni dal micro allevamento, il rapido aumento di bestiame allevato industrialmente ha ridotto l’opportunità di impiego per molti, secondo il rapporto. Nei Paesi in via di sviluppo come India e Cina, la produzione industriale su larga scala ha spiazzato molti produttori rurali, che sono sotto pressione anche da parte delle autorità sulla sicurezza alimentare per le condizioni igieniche minime che un commercio dei prodotti a livello globale richiede.
Vitelli, pollame, maiali e altre produzioni provvedono a circa un terzo dell’apporto proteico degli esseri umani in tutto il mondo, ma la situazione varia molto se si passa dai Paesi ricchi a quelli in via di sviluppo. “Troppe proteine derivanti dagli animali non fanno bene al nostro organismo, così come è un problema l’assunzione di poche proteine, che è ciò che avviene nei Paesi in via di sviluppo,” nota Mooney.
Mentre un eccessivo consumo di cibi di origine animale – in particolare carne, latte e uova – è stato collegato a malattie cardiache e ad altre condizioni croniche, questi cibi rimangono una fonte importante di proteine e nutrienti nell’alimentazione in tutto il mondo in via di sviluppo, afferma il rapporto. Gli autori hanno citato un recente studio sui bambini del Kenya, che ha trovato una relazione diretta tra l’assunzione di carne e la crescita fisica, le funzioni cognitive e il rendimento scolastico.
La salute umana è influenzata anche da agenti patogeni e sostanze nocive trasmesse da animali, affermano gli autori. Le malattie emergenti, come l’influenza aviaria ad alta patogenicità, sono strettamente legati ai cambiamenti nella produzione di bestiame, ma sono più difficili da rintracciare e combattere nel mercato globalizzato attuale.
Impatto ambientale
Il settore zootecnico è un grande inquinatore ambientale, sottolineano gli autori. Molte superfici boschive o allo stato primitivo nel mondo sono state degradate dall’attività di pastorizia o dall’agricultura finalizzata alla produzione di mangimi, e molte foreste sono state abbattute per far posto a nuovi terreni agricoli. La produzione dei mangimi richiede anche l’uso intensivo di acqua, fertilizzanti, pesticidi e combustibili fossili, ha aggiunto il co-autore Henning Steinfeld dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO).
I rifiuti di origine animale sono un altro serio problema. “Perché solo un terzo delle sostanze nutrienti somministrate agli animali viene assorbito, ed i rifiuti di origine animale sono un fattore principale di inquinamento del suolo e delle riserve idriche, come osservato in studi su Cina, India, Stati Uniti e Danimarca,” dicono gli autori. La presenza di fosforo negli escrementi degli animali d’allevamento è stimata da sette a nove volte superiore che negli esseri umani, con effetti negativi per l’ambiente.
Le industrie di manzo, maiale e pollame emettono anche grandi quantità di anidride carbonica, metano e altri gas serra e le questioni legate al cambiamento climatico per il patrimonio zootecnico restano in larga parte trascurate. “Senza un cambiamento nelle prassi vigenti, l’aumento dei sistemi di allevamento intensivi è destinato a raddoppiare, duplicando quindi il carico ambientale attuale e contribuendo al degrado dell’ecosistema su larga scala, a meno che non siano prese misure adeguate”, ha detto Steinfeld.
Soluzioni
La relazione si conclude con un esame delle varie opzioni per l’introduzione di pratiche di allevamento più rispettose dell’ambiente e socialmente sostenibili.
“Vogliamo proteggere coloro che si trovano ai margini e che dipendono dall’allevamento, a volta anche di solo pochi capi di bestiame, per il loro sostentamento”, ha detto Mooney. “D’altra parte, vogliamo persone impegnate nel settore zootecnico per guardare da vicino la la situazione e determinare quali miglioramenti si possono attuare”.
Una soluzione per i vari Paesi è di adottare politiche che incentivino una migliore gestione delle pratiche che si concentrino sulla conservazione del territorio e su un uso più efficiente dell’acqua e di fertilizzanti.
Ma il calcolo del costo reale della produzione di carne è un compito arduo. Si consideri che, quando ci si trova di fronte ad una bistecca di maiale, occorrerebbe chiedersi da dove è venuta, prima di apparire in bella vista sullo scaffale del supermercato. In primo luogo, occorre tener conto della quantità di terreno utilizzato per far crescere l’animale. Poi occorrerebbe calcolare la quantità di acqua e fertilizzanti utilizzati per la coltivazione del grano per sfamare l’animale e l’inquinamento che ne deriva.
Infine, si consideri che, mentre la bistecca potrebbe tranquillamente provenire dalla Danimarca, dove i maiali sono il doppio degli abitanti del Paese, il grano per nutrire l’animale è stato probabilmente coltivato in Brasile, dove le foreste pluviali vengono costantemente abbattute per far crescere più soia, la principale fonte di nutrizione di questi animali.
“Gran parte del problema si può riportare alle abitudini del singolo consumatore”, ha detto il co-autore Fritz Schneider del Collegio Svizzero dell’Agricoltura (SHL). “Le persone non devono smettere di mangiare carne e probabilmente non accadrà, ma io sono sempre fiducioso che, via via che si impara di più e si accresce la consapevolezza riguardo ai gravi problemi ambientali che andremo a fronteggiare nel prossimo futuro, questo farà cambiare il comportamento di noi tutti. Se i cittadini venissero informati del fatto che possono compiere scelte per aiutare a costruire un mondo più equo e sostenibile, credo che si comporterebbero nel modo migliore.”