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Da spietato economista a uomo di pace: la storia di John Perkins

Scritto da Riccardo Ettore Tenaglia il 02.01.2014

La consapevolezza di esser stato parte di una élite di consulenti specializzati in previsioni economiche, e la non più sopportabile voce della propria coscienza, anche dopo i fatti dell’11 settembre 2001, convincono John Perkins, nel 2004, a completare e pubblicare il suo libro autobiografico “Confessioni di un sicario dell’economia” (ed. italiana Minimum Fax – 2005).

Cittadino statunitense, (Hanover, 1945), economista in una importante società di consulenza americana (la Chas. T. Main) tra gli anni ‘70 e ’80, tramite il suo coraggioso libro aiuta a far luce sull’oscurità dell’operato di organizzazioni come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, e contribuisce a gettare ombre inquietanti sulle loro stesse motivazioni d’essere, al di là di quelle ufficiali, che portarono alla loro creazione a seguito degli accordi di Bretton Woods del 1944. Allora la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale nacquero finalizzati sopratutto la lotta alla povertà ed alla distruzione delle risorse naturali nei paesi del sud del mondo.

JohnPerkins

Nel libro l’autore descrive chiaramente quali fossero le reali finalità perseguite da questi organismi, per mezzo della collaborazione con società di consulenza statunitensi accreditate ad altissimi livelli.

Il libro delinea una struttura chiara: i consulenti venivano inviati nei paesi in via di sviluppo, con il compito di redigere progetti ad alto impatto economico adducendo poderosi studi giustificativi circa il loro enorme benefico effetto per le popolazioni locali nei successivi 15-20 anni, studi chiaramente non confutabili nell’immediato dato l’orizzonte temporale di lungo termine. 

Perkins nel libro spiega che Banca Mondiale ed FMI sulla base di tali previsioni erogavano i finanziamenti per realizzare i progetti (principalmente nel campo delle infrastrutture) che venivano affidati, nella maggior parte dei casi, a società statunitensi o comunque riconducibili al controllo diretto o indiretto del governo statunitense. I progetti venivano realizzati, spesso senza portare quello sviluppo previsto nei piani.

A questo punto il paese di turno che aveva ricevuto i finanziamenti non poteva restituirli, diventando di fatto ostaggio del potere economico americano. Il ricatto tra colonizzatore e colonizzato era il seguente: il primo non richiede indietro i finanziamenti erogati (ma teoricamente potrebbe sempre farlo), e il secondo ripaga con lo sfruttamento a favore del primo delle proprie risorse naturali o, meglio ancora, con un voto favorevole all’Onu.

Affinchè il gioco reggesse c’era bisogno della collaborazione dei governanti locali, ma questo, spiega Perkins, era un problema facilmente risolvibile “oliando” di dollari le poltrone di chi aveva il potere decisionale in tali regioni del mondo.

E se il denaro non fosse stato in grado di comprare le persone? In tal caso sarebbero entrati in gioco gli “sciacalli” dell’economia, ed il problema sarebbe stato risolto con un attentato o simulando un incidente. Ma come il sicario, J. Perkins conferma che anche lo sciacallo può fallire e quindi l’ultima scelta è l’esercito.

Oggi John Perkins è autore di libri ed attivista su tematiche rivolte a sviluppo sostenibile, giustizia e pace tra i popoli del mondo.

 

 

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