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Streghe, befane e scienziate

Scritto da Annalisa Arci il 07.01.2014

Nel mese di dicembre Nature ha pubblicato un interessante studio che dimostra come le “femmine” siano messe peggio, in fatto di ricerca, rispetto ai colleghi maschi. Sembra incredibile, ma anche al giorno d’oggi il successo scientifico di un paper dipende dal genere dell’autore (ecco il link: Bibliometrics: Global gender disparities in science). 

In generale le femmine sono autori di un numero minore di articoli rispetto agli uomini: il 30% contro il 70%. Dato che il numero delle citazioni è un indice della validità dell’articolo e della reputazione dei firmatari (il primo è di solito colui che ha materialmente effettuato la ricerca), se si considera che gli articoli che vedono le femmine in posizioni rilevanti ricevono in media meno citazioni di quelli con autori maschi, la disparità maschio/femmina è destinata a peggiorare. 

Per non parlare delle pensatrici: Diotima, Arete, Nicarete, Ipazia, Astasia, Teodora, Leonzia, Caterina da Siena. Quando ci va bene siamo ostracizzate, dimenticate o plagiate (Umberto Eco, La bustina di Minerva). Lo stesso fenomeno può assumere forme diverse, pur svariate. Mi riferisco alla logica degli opposti: bianco/nero, destra/sinistra, maschio/femmina e alla simbologia che storicamente sottintende. Un esempio?

File:Champion des dames Vaudoises.JPG

La più antica immagine che ritrae una strega a cavalcioni di una scopa risale alla seconda metà del Quattrocento: si tratta di una miniatura del mastodontico poema di 24.000 versi, Le Champion des Dames di Martin le Franc. Dedicato a Filippo il Buono e datato 1441-1442, fu pubblicato solo nel 1503. (Crediti: W. Schild. Die Maleficia der Hexenleut, 1997, S. 97).

Oggetto di una dura persecuzione a partire dalla seconda metà del Quattrocento, le streghe sono figure sinistre, erranti per definizione, che a cavallo di una scopa – o di altri pittoreschi oggetti – lasciano i loro letti di notte per recarsi nelle foreste, luoghi del godimento e dell’utopia, fuori dal tempo della quotidianità per celebrare il corpo con il sabbah. Ho una vera e propria passione per la storia delle streghe: se volete “dilettarvi” con i metodi di tortura e con i criteri per “riconoscere” una strega, potete consultare il Martello delle Streghe (Malleus Maleficarum) di Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer (1487), oppure La Démonomanie des Sorciers, un vero e proprio manuale giudiziario sui metodi di repressione (Jean Bodin, 1580).

Finiti i tempi di forche e roghi, resta in voga il culto della befana, una specie di strega catechizzata che, brutta e trasandata, non abbandona la sua scopa ma dispensa doni (e carbone). Che le consideriate streghe oppure no, le femmine che escono dal “focolare” e che non si lasciano definire seguendo la logica degli opposti hanno una vita difficile: e nella scienza vale la stessa logica. Un esempio di femmina fuori dagli schemi lo si trova nella biografia di Amalie Emmy Noether (1882-1935) di cui parla anche il bel libro di Gabriele Lolli, La crisalide e la farfalla. Donne e matematica (Bollati Boringhieri, 2000).

La storia è anche ricca di scienziate escluse e ostracizzate. Quello che colpisce della sua biografia non è soltanto il genio –   il più grande matematico donna di tutti i tempi, secondo Pavel Alexandrov – ma che, alla fine, riuscì a farcela. Mentre in Francia alle femmine era concesso di iscriversi all’Università dal 1861, nella Germania conservatrice di inizio Novecento questo non accadeva in modo ufficiale.

Nel 1898, il senato accademico dell’Università di Erlangen dichiarò che l’ammissione di studenti di sesso femminile avrebbe «sovvertito l’ordine accademico». Ma Emmy riuscì ad ottenere un permesso speciale per frequentare alcuni corsi. Dopo la laurea lavorò per sette anni nel dipartimento di matematica (dove insegnava anche il padre Max), senza alcuna retribuzione economica. Nel 1907 ottenne finalmente il dottorato in matematica. Nel 1915, David Hilbert e Felix Klein le chiesero di entrare a far parte della facoltà di Gottinga; i due famosi matematici dovettero però lottare con le autorità universitarie per altri quattro anni prima che alla Noether fosse formalmente permesso di insegnare. Al rifiuto di accettarla nel senato accademico si tramanda la celebre frase di David Hilbert:  «Signori, il senato accademico non è mica un bagno pubblico!».

Hilbert aggirò i divieti dei burocrati consentendo alla Noether di tenere corsi ufficialmente promossi con il suo nome. Fino al 1922, anno in cui finalmente ottenne la nomina a Professore straordinario. Si è occupata di fisica matematica, teoria degli anelli ed algebra astratta, ma il suo nome è legato al celebre Teorema di Noether del 1915, che mette in luce una connessione profonda tra simmetrie e leggi di conservazione. In modo molto schematico, la ben nota simmetria per traslazione delle leggi corrisponde alla conservazione della quantità di moto, la simmetria rispetto al tempo (le leggi non cambiano col passare del tempo) corrisponde alla conservazione dell’energia e la simmetria per rotazione corrisponde alla conservazione del momento angolare.

Il secondo volume del Moderne Algebra di Bartel Leendert van der Waerden è, de facto, opera sua, pur essendo stato scritto da uno dei Noether Boys – così erano chiamati i suoi numerosi allievi e collaboratori. Continuò a insegnare, prima al Bryn Mawr e poi a Princeton, finché si spense a seguito di un intervento chirurgico nel 1935. Albert Einstein scrisse queste parole al New York Times per ricordarla: “Nei giorni scorsi, è morta a 53 anni una grande matematica, la professoressa Emmy Noether, già appartenente all’Università di Göttingen, e negli ultimi due anni attiva al Bryn Mawr College. Nel giudizio dei più competenti matematici viventi, la signora Noether era il genio creativo più notevole emerso da quando è stata resa possibile l’educazione superiore per le donne. Nel campo dell’algebra, a cui hanno intensamente lavorato per secoli i più dotati matematici, ella ha scoperto metodi che si sono rivelati di enorme importanza per la crescita dell’attuale giovane nuova generazione di matematici […]”.

Ora è chiaro perché ho usato il termine femmine: chiama in causa la dimensione corporea e sessuale, la dimensione dell’empatia, della percezione. Una dimensione ricca di differenze che andrebbero valorizzate e non mascolinizzate in nome di una tanto inutile quanto ricercata “uguaglianza” (ma è un mio modesto parere che ideali come democrazia e uguaglianza nascondano ombre terrificanti). 

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