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Amnesty International: l’Italia è un paese che discrimina

Scritto da Chiara Pane il 23.05.2013

L’Italia è un paese che discrimina. Ecco cosa emerge dall’ultimo rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo. I temi sono disparati, dalla violenza sulle donne alla mancanza di tutela dei richiedenti asilo politico, dalle pessime condizioni di vita dei carcerati ai diritti delle persone gay, scarsamente garantiti.

Amnesty

Il rapporto sul nostro paese fa riferimento all’anno 2012. Una delle critiche che viene fuori dal documento è la mancata creazione di un’istituzione nazionale per i diritti umani. A giudicare negativamente l’Italia su questo punto è anche l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Difatti, sebbene un disegno di legge sull’argomento era già passato attraverso un lungo dibattito parlamentare al senato, a dicembre, una commissione parlamentare ha concluso che, a causa delle imminenti elezioni politiche, non sarebbe stato possibile approvare la legge. Così nulla di fatto.

Per quanto riguarda il tema della violenza sulle donne i dati sono allarmanti. Quasi ogni giorno la cronaca nera parla di donne uccise, stuprate, malmenate da chicchessia, familiare, conoscente, ex fidanzato. Una situazione difficilmente tollerabile. A giugno la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, parlando del nostro paese, ha affermato che, nonostante i miglioramenti nella legislazione e nelle politiche, il numero di omicidi non è diminuito: soltanto nel 2012 sono stati registrati circa 122 casi di omicidio.

Sotto accusa, ancora una volta, anche le pessime condizioni di vita nelle carceri italiane. Già a gennaio il nostro paese è stato duramente richiamato e multato dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo proprio per le denunce di alcuni carcerati costretti a vivere stipati in celle di 9m² assieme ad altri 2 detenuti. Oltre al sovraffollamento, pecca di molti centri detentivi è anche la violazioni delle norme igienico – sanitarie. Il rapporto mette inoltre in evidenza la mancata attuazione di misure atte ad impedire violazioni dei diritti umani da parte delle forze di polizia.

Particolari critiche, inoltre, vengono riportate rispetto alle condizioni di lavoro dei migranti, sfruttati senza possibilità di accesso alla giustizia. Le discriminazioni riguardano anche i rifugiati e i richiedenti asilo, che “hanno continuato a vivere in condizioni difficili e d’indigenza”, si legge nel documento. Le accuse sono rivolte in particolare alle autorità che “non si sono fatte carico delle loro necessità e non hanno tutelato i loro diritti”. Ecco che emerge anche l’insostenibilità della legge firmata il 3 aprile del 2012 dall’allora ministro dell’interno Anna Maria Cancellieri e dal suo omologo libico, che secondo il presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi, “rischia di mettere a repentaglio la vita e l’incolumità di migranti e richiedenti asilo”. A detta dell’organizzazione stessa, l’intesa firmata lo scorso anno ricalcherebbe il testo firmato nel 2008, sotto la presidenza di Berlusconi, con il dittatore Muammar Gheddafi. Marchesi chiede quindi in primis la sospensione di questi accordi discriminatori, soprattutto quando i migranti rischiano la vita nei paesi dai quali provengono. I rimpatri forzati, senza un giustificato motivo, rappresentano una delle “più atroci rinunce alla responsabilità di promuovere i diritti umani”.

Ecco che bisogna intervenire, subito, come dichiara lo stesso Marchesi: “E’ più che mai giunto il momento di fare riforme serie nel campo dei diritti umani. Non ci sono alibi. Non regge l’alibi della crisi, ammesso che considerazioni economiche possano valere a fronte della necessità di proteggere valori fondamentali”. Il presidente di Amnesty si rivolge poi direttamente al parlamento e al governo italiano, invitandoli ad attuare le convenzioni internazionali che il “nostro paese si è impegnato a rispettare”.

L’organizzazione internazionale, oltre a pubblicare i resoconti per stato, ha redatto un’introduzione generale sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Fra i molteplici imputati figurano anche Stati Uniti e Australia che proibiscono alle imbarcazioni di rifugiati e migranti di avvicinarsi alle loro coste. A tal proposito, la guardia costiera statunitense ha spiegato che “interdire i migranti in mare significa poterli rimandare rapidamente indietro nei loro paesi d’origine, senza le costose procedure che si rendono invece necessarie quando riescono a entrare negli Stati Uniti”. Così la sovranità ha avuto la meglio sul diritto degli individui di chiedere asilo. Nell’introduzione viene criticato proprio il concetto di sovranità nazionale, dietro al quale ancora oggi possono celarsi discriminazioni di ogni genere. L’esempio più attuale è la strage del popolo siriano. Molto spesso lo stesso Bashar al-Assad ha espresso la volontà di proteggere la nazione dai dissidenti. Ecco che la sovranità diventa essa stessa un ostacolo alla protezione dei diritti umani. Il problema deriva proprio dal mix micidiale creato dall’intreccio di sovranità e sicurezza nazionale.

Amnesty International propone inoltre un paragone fra la circolazione dei migranti, ostacolata e bloccata utilizzando tutti i mezzi possibili, e la libera circolazione delle armi, barattate e spedite in giro per il mondo, finendo troppo spesso nelle mani di governi responsabili di abusi e delle loro forze di sicurezza, dei signori della guerra e di bande criminali. Un traffico che solo agli Stati Uniti frutta circa 70 miliardi di dollari all’anno. Il traffico di armi ha implicazioni sugli sforzi per consolidare la pace, ed è inoltre strettamente connesso alle violazioni dei diritti umani ed in particolare alla violenza di genere, che colpisce in maniera sproporzionata le donne.

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