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Etiopia, 500.000 persone minacciate da una diga. L’appalto è italiano

Scritto da Giuseppe Mirabella il 01.02.2013

“Una grave minaccia incombe sulla bassa Valle dell’Omo, in Etiopia, dove da secoli vivono diversi popoli indigeni che contano circa 500.000 persone.” Questo è quanto affermato da Survival, un’associazione italiana che si occupa di difendere i diritti dei popoli tribali.

Il fiume Omo

Il fiume Omo

La loro sopravvivenza è minacciata dal più grande progetto idroelettrico mai concepito in terra etiope, la costruzione della diga Gibe 3. 

La diga. Finanziata al 90% a debito, costata ben 1,55 miliardi di euro e appaltata all’italiana Salini Costruttori S.p.A, la struttura rientra all’interno di un progetto di sviluppo energetico che costerà 7 miliardi di euro fino al 2015. 

Destinata principalmente all’esportazione, l’energia pulita diventerà il primo bene dopo il caffè ad essere venduto all’estero. Ma l’ingente piano di investimenti ha suscitato le critiche di molte associazioni, molti infatti sono i punti oscuri della progettazione dell’opera.

Cosa prevede la legge. La legge nazionale prevede che le gare d’appalto per questo genere di progetti siano internazionali. L’assegnazione alla società italiana è avvenuta per via diretta, fatto che ha provocato il rifiuto della Banca mondiale di cofinanziare il progetto. 

ESIA. Nel Luglio del 2008, due anni dopo l’inizio dei lavori, viene pubblicato ESIA, lo Studio d’Impatto Sociale e Ambientale del governo: esso è in palese contraddizione con la legge etiope che impone la redazione della ‘valutazione dei rischi’ in un periodo anteriore all’inizio del progetto.

Secondo l’African Resorces Working Group (ARWG), un gruppo di accademici internazionali che lavora in Etiopia, i dati contenuti nel documento sono chiaramente finalizzati a sottostimare l’impatto ambientale e sociale. 

I danni all’ecosistema. Il gigantesco bacino della diga dovrà essere riempito da 11,75 metri cubi d’acqua provenienti dall’Omo, un fiume che confluisce direttamente nel lago Turkana in Kenya. Si ritiene che almeno il 50% del corso fluviale verrà prosciugato. Questo metterà a rischio il ciclo naturale delle piene necessarie all’agricoltura ed il Turkana si abbasserà di 7/10 metri. 

Le popolazioni indigene. Sono circa 500.000 le persone che abitano le sponde dell’Omo vivendo principalmente di pastorizia e agricoltura. L’allagamento delle terre aride è un fenomeno naturale indispensabile per le loro attività. Gibe 3 potrebbe mettere a repentaglio la loro sopravvivenza. Le autorità etiopi hanno proposto esondazioni artificiali programmate che oltre a non rispettare i ritmi delle piene naturali, rappresenterebbero un’ulteriore arma di ricatto contro popoli già di per sé  politicamente vulnerabili. 

La dipendenza dall’idroelettrico. Se le politiche energetiche delle autorità etiopi venissero realizzate, il paese dipenderà dall’idroelettrico per il 95%. In un paese africano estremamente arido è chiaro a tutti che il progetto non sta in piedi. L’Etiopia inoltre ha il numero di accessi all’energia elettrica più basso al mondo, il consumo locale è pari a zero, e dell’energia elettrica usufruiscono soltanto gli edifici pubblici. 

Le esportazioni. L’energia prodotta sarà venduta quasi completamente all’estero. Il numero dei soggetti stranieri coinvolti – Salini Costruttori Spa, la Banca europea per gli investimenti, il governo italiano ed altri organismi di credito internazionale – fa pensare che l’operazione avvantaggi soprattutto le potenze occidentali a discapito delle popolazioni locali. 

 Secondo Survival, soltanto diversificando l’approvvigionamento energetico ed adeguandosi alle ‘best practices’ vigenti, l’Etiopia potrà recuperare la sovranità che tuttora sembra aver perduto.

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  • Giuseppe Mirabella scrive:

    La Salini Costruttori ha appalti importantissimi in tutto il mondo. Se dovessi giudicare da persona
    sensibile al nostro patrimonio industriale direi che il suddetto gruppo è un motivo d’orgoglio per gli italiani. Sul sito dell’impresa “general contractor” c’è un ampio spazio dedicato alla responsabilità sociale, un valore che ogni azienda, soprattutto se appaltatrice di opere così grandi, è in dovere di far proprio.
    Il problema non è della Salini, temo che sia piuttosto delle entità statali che accettano (o sono obbligate ad accettare?) accordi a ribasso come nel caso dell’Etiopia
    E’ mai possibile che si costruisca un impianto idroelettrico così importante e si decida di vendere tutta l’energia prodotta all’estero senza che venga garantito il consumo di energia locale?

  • OLGA scrive:

    Voglio sapere se è una guerra di appalti o veramente questi popoli sono in pericolo. La domanda mi viene spontanea,Salini come costruttore, conosciutissimo nel mondo si rovina con le sue stesse mani? O c’è qualcuno delle lobbi di turno che sta cavalcando quest’onda? Vogliamo la verità. Noi etiopi vogliamo sfruttare la nostra ricchezza naturale, non vivere a vita elemosinando e arricchendo certi onlus. Il mondo va avanti, a questi tribù bisogna insegnarli a migliorare le condizioni di vita non sfruttarli.