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Nord Africa, il vento della rivoluzione non si placa

Scritto da Chiara Pane il 22.02.2011

Manifestazione in LibiaIn Nord Africa le proteste non si fermano, il vento della rivoluzione non si placa e le vittime aumentano. Arduo è stilare un conteggio complessivo dei morti e dei feriti, ma certo è che il numero è troppo elevato e continua ad aumentare ogni giorno di più.

Le proteste sono iniziate in Tunisia lo scorso 17 dicembre quando Mohamed Bouaziz, un giovane laureato tunisino che per vivere faceva l’ambulante abusivo a Sidi Bouzid, si è dato fuoco per protestare contro la polizia comunale che gli aveva sequestrato la merce, morendo alcuni giorni dopo. Le proteste sono continuate fino alla partenza dell’ex presidente Zine El Abidine Bel Ali, seguita dalle dimissioni dei ministri a lui legati.

È stato poi il turno dell’Egitto. Gli scontri fra polizia e manifestanti sono iniziati in maniera assai violenta il 25 gennaio scorso, in occasione della “giornata della collera”. Circa 200mila egiziani si sono riversati nelle strade di tutto il Paese per contestare il governo dell’ormai ex presidente Hosni Mubarak, che dopo giorni di proteste, manifestazioni e numerosi morti lo scorso 11 febbraio ha lasciato l’Egitto.

Adesso sembra che l’iter si stia riproponendo nella stabile – o meglio immobile –  Jamāhīriyya libica di Muammar Gheddafi. Questa, con i suoi 6 milioni di abitanti, conta una popolazione di gran lunga inferiore all’Egitto, abitato da circa 77 milioni di persone e della Tunisia con i suoi 10 milioni di abitanti. La popolazione libica avrebbe, dunque, potuto beneficiare delle immense risorse di petrolio e gas naturale presenti in tutto il territorio, se solo i frutti non fossero stati destinati soltanto a familiari e amici del Colonnello.

Per giorni si è parlato della “giornata della collera” indetta il 17 febbraio e proprio la sera prima sono iniziate le prime manifestazioni in piazza. Le proteste si stanno svolgendo in modo tutt’altro che pacifico. Il Colonnello, temendo per il suo potere sta optando per la politica del pugno di ferro e le forze armate non esitano a sparare ai manifestanti, così come è stato mostrato da alcuni, seppur pochi, video fatti girare sul web. Inoltre, fonti dell’ospedale Al Jala a Bengasi hanno informato Amnesty International che molti feriti, trasportati nel nosocomio, presentavano ferite di arma da fuoco al torace, alla testa e al collo. Le forze dell’ordine cercano di impedire alle ambulanze di recarsi nei luoghi delle proteste, come riferisce, grazie a un testimone, la televisione araba Al Jazeera, che sarebbe stata oscurata a Tripoli come anche il sito web del canale televisivo. Arbor Networks, società specializzata nella sorveglianza del traffico sul web con sede negli Stati Uniti, ha inoltre comunicato che da sabato 19 tutta la rete internet sarebbe stata oscurata.

La situazione peggiora di giorno in giorno, considerando anche, che fonti locali hanno riferito l’arrivo di mercenari provenienti dall’Africa sub-sahariana, assoldati da Gheddafi per reprimere nel sangue le proteste, dopo che alcuni militari avevano rifiutato di sparare sulla folla.

Più che allarmanti anche i resoconti di dell’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch, che dopo tre giorni di manifestazioni contava già 84 morti e numerosi feriti. Dopo soli quattro giorni di proteste i morti erano saliti a 250. La repressione della scorsa domenica nella cittadina di Bengasi è stata talmente dura da far parlare di “carneficina”. Lunedì 21 è invece toccato al centro di Tripoli, qui non solo le forze dell’ordine hanno sparato sulla folla, ma a far aumentare i morti ci ha pensato l’aviazione libica che avrebbe effettuato un raid contro i dimostranti.

Il massacro, non ferma però i dimostranti che continuano a lottare, ad invocare la libertà e la fine dell’oppressione. Nonostante il raid aereo, il centro di Tripoli continua ad essere affollato e una fonte in loco ha riferito che centinaia di auto continuano a muoversi verso la capitale.

Unico segnale positivo, alcuni membri storici dei Comitati rivoluzionari, pilastro fondamentale del regime salito al potere con Muammar Gheddafi nel 1969, hanno rassegnato le proprie dimissioni nelle mani del Colonnello, proprio per protestare contro i metodi violenti utilizzati dall’esercito per reprimere le manifestazioni. Il quotidiano libico Quryna riferisce, che, anche il ministro della Giustizia si sarebbe dimesso per protesta. Stesse motivazioni hanno spinto l’ambasciatore libico presso la Lega Araba, l’ambasciatore in Bangladesh e quello in Indonesia a lasciare i propri incarichi.

L’opinione pubblica internazionale inizia a farsi sentire. Il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-Moon, ha parlato a lungo telefonicamente con il leader libico, chiedendogli di cessare immediatamente ogni violenza e ieri ha convocato d’urgenza il Consiglio di Sicurezza per affrontare tale questione. Anche l’Unione Europea “condanna la repressione e deplora le vittime civili” in Libia e chiede alle autorità di “cessare l’uso della forza e di astenersi dalla violenza”.
E ancora difficile poter prevedere se questa rivolta metterà fine ai 42 anni di potere del Colonnello. Forse in questo caso ci sarà bisogno dell’intervento di forze esterne, ma di sicuro, anche in questo caso, così come è avvenuto in Tunisia e Libia, il ruolo dei militari è e sarà cruciale.

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