In Libia , Bahrain , Algeria come in Egitto spira un vento di cambiamento dovuto ad un movimento di giovani ragazzi ed intellettuali che chiedono e vogliono uno Stato di diritto. Con la speranza che il lume della democrazia che trova ardore in queste proteste non venga spento dal fondamentalismo islamico come accade per la rivoluzione Iraniana del 1979 con cui venne sostituito al governo monarchico filo nazionalista dello Scià Mohammed Reza Pahlavi un governo per un breve periodo filo democratico per poi pasare il tutto ai pasdaran (con Khomeini tornato dall’esilio in Francia cui era costretto e divenuto il capo spirituale sia dei guardiani pasdaran , che dall’attuale governo dittatoriale, fondamentalista e sciita di Mahmud Ahmadinejàd ) i quali hanno posto le basi per la fondamenta di quella che di lì a poco sarebbe divenuta la Repubblica Islamica Iraniana.
Quello che preoccupa oggi (Iran a parte) nel medioriente è l’evoluzione delle loro rivoluzioni di tipo “borghese -militare”. Borghese in quanto come la “regina” delle rivoluzioni e cioè quella Francese del 1789 la spinta rivoluzionaria è stata impressa dal basso dal ceto più produttivo e meno avvantaggiato dalle sfarzature in cui vivevano i regnanti sia nel caso della Libia che del Bahrain. L’unica differenza sostanziale di non poco conto tra l’emiro e l’ex colonia italiana è che in Libia Muammar Gheddafi ha dato ordine di reprimere la protesta anche utilizzando armi e mezzi (tank e cacciabombardieri) repressione che in genere vengono utilizzati nelle guerre e che diverse risoluzioni dell’Onu ne vietano l’utilizzo per la repressione di civili (è un pò lo stesso principio di proporzionalità , su cui si incentra la libertà di difesa personale nel nostro ordinamento riproposta a livello internazionale) , mentre nell’emiro la protesta di piazza è stata fatta cadere nell’oscurantismo dei mezzi di informazione controllati dal regime. Le proteste sono cominciate in Libia il 14 febbraio (ma è sfociata in un vero e prorpio contrasto con il regime libico nella c.d. “giornata della rabbia” mentre nell’emiro del Bahrain il 16 febbraio e fin ora si contano secondo le fonti di testimonianze locali un centinaio di morti nell’emiro e circa 1500-2000 morti in Libia secondo stime di ONG site sul loco (da accertare ) . La speranza è che i regimi di entrambi i paesi abbiano la maturità politica necessaria ad abdicare per il favor democratico, in special modo nel caso libico , perchè tra i due paesi quello che ha più volte calpestato i diritti umani e le convenzioni internazionali sugli stessi è stato il leader libico Muammar Gheddafi che con l’attuale presa di posizione conferma il disinteressamento totale verso i principi del vivere civile e delle libertà fondamentali. Nel Bahrain invece il re, Hamad Ben Issa Al Khalifa, ha ordinato di liberare i detenuti sciiti e di deferire le azioni giudiziarie contro altri prigionieri politici, accogliendo così una delle richieste dell’opposizione sciita. I 23 uomini erano sotto processo da ottobre per “avere creato un’organizzazione illegale”, “finanziato delle attività terroristiche”, e “diffuso delle informazioni errate e tendenziose”, secondo le accuse. Accuse simili, secondo gli avvocati, sono passibili dell’ ergastolo. Nonostante le concessioni del re ai gruppi sciiti – fondamentalisti del paese migliaia di persone (in maggioranza ragazzi) continuano a protestare.
Per l’Italia una maggiore attenzione è rivolta al caso libico poichè a parte il forte legame come ex colonia italiana la Libia rappresenta un paese con cui si hanno esportazioni da parte dell’Italia per cira 2 miliardi di euro che su un totale di circa 116 miliardi di pil rappresenta una quota percentuale superiore all’1,7 % dell’intera economia italiana stante i dati Istat 2010. Il che vorrebbe dire che se noi dalla crescita percentuale dell’1,1% annuo del 2010 vs il 2009 togliessimo la quota di esportazioni italiane in Libia avremmo una recessione che si assesterebbe intorno all’ 1%. Sicuramente un importante partener commerciale ma non per questo dobbiamo farci “calpestare” nel nostro orgoglio e sentimento nazionale proprio come è avvenuto nel soliloquio di ieri (ndr 22 febbraio 2011) quando il leader libico ha definito più volte i manifestanti come “ratti di fogna” e ha inneggiato i suoi sostenitori ad una gerra civile contro gli stessi dopo aver accusato esplicitamente gli Usa e l’Italia di fornire materiale bellico ai rivoltosi e nel caso di specie ha parlato di razzi “italiani”. Il mondo sconcertato vedeva sia le parole del leader libico che lo stupore dei 2 paesi accusati che oltretutto si sono accaparrati le antipatie anche dei rivoltosi che hanno esplicitamente espresso per il caso italiano la volontà di non convenire ai patti del trattato di Bengasi del 30 agosto 2008 tra Libia ed Italia sui flussi immigrativi dal paese magrebino.
Nel frattempo Ali-Essawi, che si è dimesso come ambasciatore libico in India, anche detto ad Al Jazeera il Martedì ( 15 febbraio ) che il governo ha aperto la caccia contro i dimostranti per via aerea e con i tank.
Ha detto che il fuoco viene usato su manifestanti e stranieri per combattere in nome del governo. L’ex ambasciatore ha definito “massacro” le attuali violenze ed ha invitato l’ONU alla chiusura dello spazio aereo per “proteggere il popolo” inerme.
Intanto le voci su una fuga dal paese da parte del leader libico si rincorrono così come nell’emiro del Bahrain ove si diffondono sia notizie false da parte della Tv di stato per ridimensionare le piazze in fervore sia voci su un esodo della famiglia reale in paesi limitrofi.