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Siria, l’oleodotto di Kirkuk

La minaccia di un bombardamento della Siria è sempre più concreta. Le motivazioni sono perlopiù umanitarie, sotto accusa il regime di Assad. Un sintetico sguardo a quanto vale energeticamente il Paese.

Scritto da Leonardo Fumelli il 02.09.2013

Quando gli Stati Uniti decidono di esportare la democrazia, è utile fotografare il Paese destinatario di tanta apprensione anche dal punto di vista energetico. In molti casi infatti è capitato che interessi politici e umanitari si intrecciassero, casualmente o meno, con interessi economici e strategici per il mantenimento di un alto e oneroso tenore di vita.

Kirkuk–Baniyas_pipeline

Il bombardamento della Siria pare che avverrà, anche se scatena quotidianamente il dibattito, soprattutto nel Vecchio Continente.

Secondo i dati di giugno 2013, riferiti all’anno passato, del BP Statistical Review of World Energy, la Siria detiene solo lo 0,1 % delle riserve mondiali di petrolio, pari a circa 2,5 miliardi di barili. La produzione di greggio è scesa nel 2012 a soli 164.000 barili al giorno, il 49,9 % in meno rispetto l’anno precedente.

In effetti il Paese non gode di un’economia strettamente legata agli idrocarburi, il picco di produzione è avvenuto già nel 1996, con una produzione di 600.000 barili giorno, si consideri che il consumo interno è stato in leggero aumento, dunque, di fatto, le esportazioni tendono ad essere nulle.

La peculiarità della Siria è semmai legata alla propria posizione geografica, comunica con Iraq, Libano, è alleata dell’Iran, è vicina a Turchia, Giordania e Israele, bagnata a ovest dal mar Mediterraneo. Tale fattore ha permesso la realizzazione di due importanti oleodotti, che hanno avuto destini più o meno sfortunati, ma i cui tracciati risultano strategici.

L’oleodotto che parte da Kirkuk, in Iraq, ed arriva a Banias, un porto siriano, è lungo 800 km ed ha una capacità di 300.000 barili al giorno. Fu realizzato nel 1952, ma fu poi gravemente danneggiato e bloccato dagli Stati Uniti durante la guerra in Iraq del 2003. Nel 2007 Siria ed Iraq decidono di riabilitare la pipeline, l’incarico viene affidato alla Stroytransgaz, sussidiaria della russa Gazprom, tuttavia i lavori sembrano lunghi e diseconomici, i contratti vengono rescissi e nel 2010 i due Paesi interessati dall’intervento si accordano per realizzare, al posto del vecchio oleodotto, due distinte linee di tubi: una linea con capacità pari a 1,5 milioni di barili giorno, dedicata al greggio pesante, ed una linea con capacità pari a 1,25 milioni di barili giorno per il trasporto di greggio convenzionale.

Del vecchio oleodotto che collegava Mosul/Kirkuk, Iraq, ad Haifa, in Israele, tagliando il bordo meridionale della Siria, ora rimane ben poco. Fu operativo tra il 1935 ed il 1948, lungo 942 km, portava il greggio alla raffineria di Haifa. L’oleodotto è stato definitivamente chiuso da allora. Si parla però della possibilità di ripristinare questa linea di approvvigionamento, interessati USA e Israele, ma per ora non sembra esserci la volontà di paesi come Iraq e Siria.

La situazione in Siria probabilmente degenererà, le questioni energetiche vanno sempre considerate, gli USA, “capitanati” da un premio Nobel per la pace, devono mantenere un tenore di vita molto ambizioso energeticamente, le risorse necessarie al mantenimento si trovano nelle non democrazie occidentali, in medio oriente. È legittimo sospettare, è giusto sapere.

 

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