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Agricoltura biologica, convenzionale o sostenibile?

Scritto da Redazione di Gaianews.it il 26.04.2012

Agricoltura

L’agricoltura biologica può essere efficace per nutrire la popolazione mondiale? Una ricerca della McGill, University, Minnesota ha studiato questa domanda e i risultati dimostrano che le due agricolture, quella biologica e quella convenzionale, potrebbero essere utilizzate in combinazione.

Secondo i ricercatori infatti, anche se l’agricoltura biologica non ha il potenziale per nutrire l’intera popolazione mondiale, ha delle caratteristiche che vanno seriamente prese in considerazione perchè limitano i danni ambientali. Lo studio, che è pubblicato sulla rivista Nature, dimostra che l’agricoltura biologica non rende quanto quella convenzionale, ma per alcune colture e a determinate condizioni di crescita, la differenza fra le due è minima.

Lo studio, che rappresenta una completa analisi della letteratura scientifica sul confronto fra agricoltura biologica e convenzionale, mira a far luce sul dibattito in atto su questo argomento. Infatti alcuni percepiscono l’agricoltura convenzionale come una grande minaccia ambientale che mina la biodiversità e le risorse d’acqua, mentre aumenta le emissioni di gas a effetto serra. Altri sostengono invece che su larga scala l’agricoltura biologica occuperebbe più terra e renderebbe il cibo inaccessibile per la maggior parte dei poveri del mondo.

“Per raggiungere la sicurezza alimentare sostenibile ci sarà probabilmente bisogno di molte tecniche diverse, tra cui quelle biologiche, quelle convenzionali e sisitemi ‘ibridi’ – per produrre più cibo a prezzi accessibili, garantire il sostentamento per gli agricoltori, e ridurre i costi ambientali dell’agricoltura”, concludono i ricercatori.

Nel complesso, le rese dell’agricoltura biologica sono del 25% inferiori rispetto a quelle convenzionali, secondo lo studio. La differenza varia ampiamente tra i tipi di colture e specie. I rendimenti di legumi e piante perenni (come la soia e la frutta), per esempio, sono molto più vicini a quelli delle colture convenzionali, secondo lo studio.

Quando le migliori pratiche di gestione sono utilizzate per le colture biologiche, le rese complessive sono solo il 13% inferiori a quelle convenzionali. “Questi risultati suggeriscono che i sistemi biologici di oggi possono quasi rivaleggiare con le rese convenzionali, in alcuni casi – con tipi di colture particolari, condizioni di crescita e pratiche di gestione – ma spesso non è così”, scrivono i ricercatori.

“Il nostro studio indica che i sistemi biologici potrebbero richiedere apporti di azoto superiori per ottenere alti rendimenti, in quanto l’azoto organico è meno prontamente disponibile per le colture. In alcuni casi, gli agricoltori biologici possono quindi trarre beneficio facendo un uso limitato di fertilizzanti chimici, invece di basare solo sul letame la fornitura di azoto per le loro colture”, ha affermato il dottor Seufert autore della ricerca. “Allo stesso tempo, l’agricoltura convenzionale può imparare dal successo dei sistemi organici e mettere in atto pratiche che hanno dimostrato benefici ambientali, come la diversità delle colture e l’utilizzazione di residui colturali.”

I rendimenti sono solo una parte di un insieme di fattori economici, sociali e ambientali che devono essere considerati quando si misurano i benefici di diversi sistemi di agricoltura, fanno notare i ricercatori. “Forse le persone si stanno facendo la domanda sbagliata,” ha detto il prof. Ramankutty. “Invece di chiedere se il cibo è biologico, forse dovremmo chiederci se è coltivato in modo sostenibile”.

I risultati evidenziano la necessità di andare oltre il “bianco o nero” e il prof. Foley aggiunge: “Grazie alla combinazione di pratiche biologiche e convenzionali in modo da massimizzare la produzione alimentare e il bene sociale, riducendo al minimo l’impatto ambientale negativo, possiamo creare un sistema alimentare realmente sostenibile.”

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  • roberto pinton scrive:

    Se l’agricoltura biologica (forse) non nutrirà il mondo, quella convenzionale (sicuramente) non lo sta facendo. Le problematiche, infatti,, più che tecniche, sono economiche e sociali.
    La produzione di alimenti è già più che sufficiente per sfamare l’umanità (anzi, avanza, se un terzo dei bambini italiani è sovrappeso e ogni famiglia qui butta in pattumiera in media 500 euro l’anno di alimenti e la situazione non è assai diversa negli altri Paesi del nord del mondo).
    Quello che manca è un’equa distribuzione delle risorse: nei Paesi del sud del mondo non è carente la produzione di cibo, manca il denaro per acquistarlo.

    Il lavoro pubblicato su Nature conferma che l’agricoltura bio non è una pratica da nostalgici, ma un metodo che a tutti gli effetti può essere messo a confronto con l’agricoltura industrializzata, grande consumatrice di energia fossile (sempre più scarsa e costosa) e di sostanze chimiche di sintesi con pesante impatto ambientale.

    E’ significativo che riconosca che già ora, senza sostegno alla ricerca, l’agricoltura bio, per alcune coltivazioni, dalla frutta alla colza e alla soia (le stesse per le quali in convenzionale si fa gran uso di erbicidi e di cui buona parte, per gli ultimi due, è OGM), è in grado di dare le stesse quantità.

    Quali potrebbero essere i risultati se per la ricerca nel bio fosse stanziato anche solo il 10% di quanto è speso per sviluppare nuovi pesticidi e OGM?

    Secondo l’Ispra del ministero per l’Ambiente, in Italia abbiamo 118 pesticidi diversi nel 47.9% delle acque superficiali e nel 27% di quelle profonde, dove pescano gli acquedotti. In più del 30% delle superficiali il contenuto supera i limiti ammessi per le acque potabili.
    C’è Glifosate nell’80% delle acque superficiali della Lombardia, quasi sempre con concentrazioni sopra i limiti di legge.
    Ha senso ottenere raccolti maggiori con la chimica di sintesi, se peggiorano qualità e sicurezza dell’acqua che beviamo (o non la beviamo più, sostituendola con acqua minerale, spendendo per acquistarla più di quanto non risparmiamo per un diserbo chimico piuttosto che meccanico)?

    Tutte le ricerche dicono che nei campi bio la biodiversità è assai superiore a quella dei campi convenzionali. Basterebbe poi ricordare la moria delle api causata in tutta Europa e in Nord America dagli insetticidi neonicotinoidi.
    Ha senso aumentare le rese a scapito della fauna selvatica (e di insetti indispensabili come gli impollinatori?)

    Lo studio ipotizza un ibrido tra agricoltura biologica e convenzionale, con fertilizzanti di sintesi. Aumenterebbero le rese, ma temo che il guadagno sarebbe solo apparente: avremmo più peso, ma la stessa quantità di sostanze nutrizionali.

    Per molte colture la fertilizzazione di sintesi fa sostanzialmente aumentare il peso grazie al maggior assorbimento d’acqua acqua, ma non fa aumentare i nutrienti.
    Le ricerche ci dicono anche che il contenuto nutrizionale delle diverse colture è inferiore rispetto a quello di cinquant’anni fa: aver più cibo, ma meno nutriente, non sembra un grande affare.

    Jonathan Foley, co-autore dello studio ha dichiarato: «Servono altre ricerche e, fortunatamente, penso che sia possibile realizzare elevati raccolti con un approccio biologico».
    Aggiunge che lui e i colleghi «a casa nostra siamo grandi fan dei prodotti biologici» e che «è difficile ignorare i problemi ecologici e di sostenibilità dell’agricoltura convenzionale legati all’input di sostanze chimiche, fertilizzanti, spreco e inquinamento dell’acqua».
    E che la resa non è l’unico parametro da tener presente: «Contano anche gli aspetti nutrizionali, ambientali e sociali».

    Appunto.

    Roberto Pinton