Gaianews

Batteri nel sottosuolo: una scatola nera

Un gruppo di ricercatori ha analizzato la composizione microbica di 16 tipi di suolo per ricavarne informazioni sugli ecosistemi

Scritto da Stefania Lo Bianco il 07.01.2013

Una scatola nera. Chi, sentendo parlare di scatola nera, pensasse ad un disastro aereo, si troverebbe decisamente fuori strada. La scatola nera in questione, infatti, non vola ma soprattutto non rischia di precipitare: è, piuttosto, un’espressione con cui è stato definito lo studio del mondo del sottosuolo e dei suoi abitanti da parte del gruppo di ricerca del Professor Noah Fierer della University of Colorado.

Professor Byron Adams e i suoi colleghi mentre conducono un esperimento in Antartide

Professor Byron Adams e i suoi colleghi mentre conducono un esperimento in Antartide

 La scatola nera, per antonomasia, è ciò che ci permette di svelare misteri e ricercare le cause di determinati eventi. A tal proposito – mossa dalla finalità di studiare gli organismi presenti all’interno del sottosuolo, le dinamiche instauratesi e gli ecosistemi nella loro complessità -, l’équipe di scienziati ha campionato 16 diversi suoli in 16 differenti ambienti.

Il tutto per conoscere un po’ più a fondo alcuni tra i più piccoli abitatori di questo pianeta – i batteri –, per comprendere come e perché cambino gli ecosistemi e il modo attraverso il quale i microorganismi che vivono nel sottosuolo svolgono alcune funzioni importantissime anche per gli abitanti della superficie. 

 Al di sotto del terreno che calpestiamo quotidianamente, infatti, esistono torme di organismi che decompongono sostanze complesse, decontaminano i nostri inquinanti, prevengono l’erosione dei suoli e mantengono la fertilità dei terreni. 

Ma capire questo è solo una parte della storia. Quali organismi siano in grado di svolgere determinate funzioni, perché alcune funzioni siano ridondanti, quali cambiamenti possono comportare il collasso del sistema intero sono solo alcuni dei quesiti alla ricerca della cui risposta gli studiosi sono andati. Per rispondere almeno in parte a queste domande, sono stati analizzati i genomi completi di ogni microorganismo rinvenuto, così da individuare le funzioni svolte da ogni specie e la loro unicità nella determinazione della complessità ecosistemica.

 Benché ad un numero maggiore di specie corrisponda spesso un più elevato numero di funzioni svolte, esistono molti casi in cui più specie svolgono le stesse funzioni, senza però che questo renda il sistema meno complesso: spesso, infatti, accade che rimuovendo una specie che appare superflua, tutto l’insieme finisca per collassare inesorabilmente. Inoltre, non minor importanza riveste il ruolo che la competizione svolge nella speciazione: le interazioni tra specie, infatti – come i fattori abiotici – sono elementi estremamente importanti all’interno di ogni ecosistema. 

 Poiché è anche da questi piccoli mondi che dipende la nostra esistenza e la fruibilità del nostro pianeta, si rivela necessario conoscere al meglio le loro dinamiche, gli elementi di fragilità e i punti di forza. Così da essere preparati a riconoscere i campanelli d’allarme e saperli affrontare per tempo. 

 

 

 

Fonte: http://news.byu.edu/archive13-jan-blackbox.aspx

© RIPRODUZIONE RISERVATA