Gaianews

Congo: gorilla o petrolio?

“Il governo ha il diritto di sapere che risorse siano presenti sul suo territorio, anche se esse si trovano sotto un parco o una foresta. Se l’entità delle risorse sarà molto alta, potremmo compararla al valore del parco e quindi decidere se rispettare o meno le convenzioni internazionali: dipende da noi”

Scritto da Stefania Lo Bianco il 31.12.2012

Virunga, Congo. Area assegnata a SOCO

Nei giorni scorsi avevamo avuto occasione di portare in primo piano la situazione politico-economica del Congo a causa dell’inasprirsi della guerra civile e dell’accresciuto rischio di estinzione per la già ridotta popolazione di gorilla di montagna.

Novità purtroppo nefaste per il Congo si sono aggiunte recentemente a quelle precedentemente riportate. Nel 2011, infatti, la compagnia petrolifera britannica SOCO ha ottenuto i diritti per l’estrazione di petrolio nella porzione orientale del Congo. L’accordo tra la compagnia petrolifera e il governo congolese, in realtà, era già stato firmato nel 2006 e ratificato da un decreto presidenziale nel 2010, ma non era ancora entrato ufficialmente in vigore.

Nulla di diverso da altre situazioni inerenti gli idrocarburi se non fosse che il Blocco V, il luogo dove avranno luogo le trivellazioni, è un’area di 7500 Km2, che include una parte del Parco Nazionale di Virunga e la quasi totalità del Lago Edward. Aree che – per chi non se lo ricordasse – rappresentano il santuario dei gorilla di montagna e di altre specie, come scimpanzè, okapi ed elefanti di foresta.

L’accordo fra la SOCO e il Governo. Nonostante la ratificazione dell’accordo vecchia di due anni, fino ad ora solo campagne esplorative sono state realizzate nella zona; ma, dal momento che una recente valutazione voluta dal governo del Congo ha decretato tali campagne come non impattanti su flora e fauna, il governo ha dato il consenso definitivo all’inizio del lavoro di trivellazione vero e proprio. Tuttavia, gli esperti e le associazioni internazionali dubitano che i 37 Km che separano il luogo degli scavi dal confine del parco siano sufficienti a limitare l’impatto sugli ecosistemi. Oltre all’incalcolabile danno ambientale, molti temono che la situazione congolese – già instabile – possa soltanto peggiorare, a vantaggio dei gruppi ribelli e a danno della popolazione locale.

Nel 2012 si ritorna a parlare di rischio trivellazioni poiché da poco è giunta la notizia che il progetto di sfruttamento dei giacimenti congolesi non è più soltanto un progetto, bensì una realtà in atto. Dunque, nessun impedimento si frappone ormai tra le trivelle e il sottosuolo. Intanto, però, gli indizi con cui inizia quest’avventura non sembrano per niente fausti, dal momento che un elicottero è caduto nel Parco lo scorso giugno, per cause sconosciute ma – secondo la compagnia petrolifera – senza conseguenze ambientali.

L’accordo sancito dal governo con la SOCO rappresenta un caso unico nel suo genere: nel Congo, infatti, è illegale scavare all’interno di regioni di foresta tropicale. Eppure, il 60% delle estrazioni pianificate ricadranno proprio all’interno dei confini del Parco Nazionale di Virunga. L’amministrazione del parco e la popolazione locale hanno cercato di impedire le trivellazioni, poiché esse potrebbero intaccare anche la naturalità del Lago Edward – sostegno vitale per molte persone.

Estrema ricchezza, estrema violenza. Ma non è facile porre fine alla “guerra dei minerali” – come definita dal quotidiano francese Slate -, una volta iniziata. L’esigenza di materie prime, il coltan primo fra tutti – si fa sempre più impellente, a causa del crescente sviluppo delle tecnologie. Tant’è che – sempre il quotidiano – parla di violenza endemica per il Congo, quasi a voler esprimere una sorta di radicamento della guerra al paese. E i dati sulla ricchezza del territorio non appaiono incoraggianti dal punto di vista di una risoluzione veloce delle divergenze: pare, infatti, che l’entità del giacimento petrolifero congolese ammonti a più di 6 miliardi di barili, notizia che rappresenta la più importante scoperta nel campo degli idrocarburi degli ultimi decenni.

Tuttavia, proprio questa regione attraversata dal giacimento è la stessa in cui vanno avanti da tempo immemore scontri tra il governo e i ribelli: scontri che hanno già generato milioni di rifugiati e dato luogo a nuovi focolai di violenza.

A complicare non poco le cose – come se tutto ciò non fosse abbastanza -, il paese mantiene una disputa transfrontaliera col vicino Uganda, solo provvisoriamente sospesa, a causa del fatto che finanche l’Uganda è intenzionato a sfruttare i suoi giacimenti petroliferi (stimati in 3,5 miliardi di barili). Ma non è tutto: la frontiera occidentale è altrettanto turbolenta, dal momento che il Congo ha un conflitto non ancora risolto con l’Angola a causa di giacimenti di gas.

I pareri internazionali. L’UNESCO ha dichiarato che il governo congolese violerà le leggi internazionali se permetterà le trivellazioni. Il progetto di trivellazione, infatti, viola la Convenzione in materia di Protezione dei beni culturali e naturali sancita nel 1972 e la stessa costituzione della Repubblica Democratica del Congo. Le organizzazioni non governative ritengono che le nuove scoperte ridefiniranno la geopolitica del paese, incoraggiando i gruppi secessionisti e ravvivando i contrasti transfrontalieri. All’interno di un paese così instabile, nuovi interessi in gioco non potranno certo migliorare la situazione. Al momento attuale, infatti, solamente una compagnia petrolifera è intenzionata a sfruttare i giacimenti congolesi, ma dal momento che l’idrocarburo è già la principale fonte di reddito di Kinshasa, la corruzione e gli sprechi torreggiano da lungo tempo.

Il governo britannico – lo stesso cui appartiene la compagnia petrolifera – si è schierato contro il trivellamento all’interno delle zone di foreste. L’ufficio per gli affari esteri ha dichiarato che la Gran Bretagna si oppone allo sfruttamento di Virunga, considerato dall’UNESCO come sito di importanza planetaria e in grave pericolo: “Abbiamo informato la SOCO che è necessario che il Congo rispetti interamente le convenzioni internazionali”.

A fianco del governo di Sua Maestà, si sono affiancati organismi internazionali come la IUCN e il WWF, il Parlamento Europeo, esponenti del mondo dello spettacolo, nobel per la pace, attori e scrittori dalle nazionalità più diverse, personaggi di spicco come Jacques Chirac, Mohamed Ali e Valerie Trierweiler.

Disposti a tutto. E mentre la compagnia replica che il progetto porterà stabilità e posti di lavoro alla popolazione locale, il Ministero per gli Idrocarburi congolese è pronto per le trivellazioni, nonostante scavare nel parco continui ad essere costituzionalmente illegale – piccolo dettaglio che molto probabilmente verrà cambiato in fieri. “Il governo ha il diritto di sapere che risorse siano presenti sul suo territorio, anche se esse si trovano sotto un parco o una foresta. Se l’entità delle risorse sarà molto alta, potremmo compararla al valore del parco e quindi decidere se rispettare o meno le convenzioni internazionali: dipende da noi” ha affermato il ministro.

Sfortunatamente le Nazioni Unite non hanno ancora adottato una risoluzione, ostacolo che impedisce ai caschi blu stanziati nel paese di agire in difesa della popolazione locale stremata dalla guerra civile. I circa 17mila operatori dell’ONU sono in Congo dal 1999, ma non possono agire senza che il Consiglio di Sicurezza dia il via libera. E pertanto, un paese che ha acqua, sole e terre fertili, ma ‘purtroppo’ anche materie prime, si trova a fronteggiare tutti i mali del mondo, senza che all’orizzonte brilli una seppur minima luce di speranza.

Fonti:

rainforest-rescue.org
savevirunga.com
news.mongabay.com
socointernational.co.uk
slate.fr
ilfattoquotidiano.it

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA