Gaianews

Gli esperti lanciano un appello: è ora di creare network per la conservazione della fauna

“Gli sforzi di conservazione più efficaci sono quelli che fanno un uso efficiente dei fondi limitati che vi sono a disposizione, mantenendo l’integrità ecologica e i servizi dell’ecosistema e riducendo il bisogno di proteggere rigidamente l’ambiente”

Scritto da Valeria Gatti il 26.10.2012

Bloomington, Indiana – È tempo di creare un network nazionale per la conservazione della fauna selvatica, mettendo insieme Stato, iniziative federali e private, allo scopo di coordinare la pianificazione e lavorare per obiettivi comuni. É ciò che scrivono undici tra i più importanti biologi ed esperti di politiche ambientali sulla rivista BioScience.

Vicky Meretsky, professore associato della School of Public and Environmental Affairs dell’Università dell’Indiana di Bloomington, è l’autrice principale, insieme ad altri colleghi, dell’articolo dal titolo “Un network nazionale basato sullo stato per l’efficacia della conservazione della fauna selvatica”. La relazione è disponibile anche on line e uscirà sulla rivista BioScience nel mese di novembre.

Meretsky sostiene che programmi di salvaguardia della fauna selvatica stabiliti dallo Stato rappresentano di per sé dei punti saldi per la realizzazione di un network di questo tipo. Allo stesso tempo non rappresentano un argomento convincente in merito quando si parla di salvaguardia: sono infatti necessarie la cooperazione e il coordinamento tra le nazioni per proteggere le specie a rischio e per difendere il loro habitat, nonché per rispondere a minacce quali nuove malattie e cambiamenti climatici.

Gli anfibi, come le rane, sono uno degli animali portati ad esempio dagli autori. La popolazione nazionale delle rane è infatti diminuita a causa della diffusione della chitridiomicosi, una temibile micosi che colpisce gli anfibi, in modo particolare a ovest degli Stati Uniti. “Ad oggi, i programmi messi a punto dallo stato, sono stati integrati in modo incompleto e inconsistente nei network regionali e nazionali”, scrivono gli autori, “in quest’epoca in cui i finanziamenti vengono ridotti e le minacce aumentano, un coordinamento di sforzi migliore e più consistente che abbia come perno lo stato è sempre più necessario allo scopo di massimizzare l’efficacia dei limitati fondi elargiti per la conservazione”.

I co-autori di Meretsky sono Lynn A.Maguire Frank W. Davis e David M. Stoms della University of California di Santa Barbara, J. Michael Scott and Dale D. Goble della University of Idaho, Dennis Figg del Missouri Department of Conservation, Brad Griffith della Alaska Cooperative Fish and Wildlife Research Unit e della University of Alaska, Scott E. Henke di Texas A&M University-Kingsville, Jacqueline Vaughn di Northern Arizona University e Steven L. Yaffee della University of Michigan.

Gli autori hanno evidenziato che un approccio che procede stato per stato non è sufficiente per proteggere ecosistema e habitat, elementi entrambi che vanno al di là dei confini degli stati stessi; questo approccio non permette nemmeno di mettere in rilievo il fatto che la problematica sussiste anche per specie che stanno diminuendo in numero rispetto alla media, ma che non sono ancora del tutto minacciate. Durante il XX secolo, lo stato ha preferito far sentire la propria autorità soprattutto riguardo alle specie protette, come uccelli migratori, mammiferi marini, pesci oceanici e specie in pericolo.

Se da una parte le collaborazioni regionali volontarie stanno avendo successo, dicono gli autori, dall’altra sono limitate a causa dello stanziamento irregolare di fondi come anche dalle difficoltà nel condividere le informazioni. Gli esperti propongono dunque i seguenti obiettivi, allo scopo di creare un network nazionale per la conservazione della fauna selvatica:

– Stabilire una mappa comune di classificazione dell’habitat fatta su misura per la conservazione della fauna

– Identificare le specie a rischio

– Coordinare e fare leva sulla capacità di costruire nuove opportunità

– Facilitare e ampliare la diffusione delle informazioni

– Incorporare nuovi strumenti che siano in grado di fornire i dati

“Gli sforzi di conservazione più efficaci sono quelli che fanno un uso efficiente dei fondi limitati che vi sono a disposizione, mantenendo l’integrità ecologica e i servizi dell’ecosistema e riducendo il bisogno di proteggere rigidamente l’ambiente”, scrivono gli autori. “Investire questi fondi in un network che vede uno stato connesso a strutture collaborative, federali e ad altri programmi di conservazione, con lo scopo di ampliare il lavoro su scala statale internazionale, sarà ancora più efficiente rispetto alle allocazioni frammentarie rappresentate da agenzie separate e varie organizzazioni, e sarà ancora più efficace rispetto al fatto di rimanere in attesa che la diminuzione delle specie rappresenti un vero e proprio rischio”.

L’articolo dice che un network efficace può essere costruito sulla base di un piano d’azione dello stato in difesa della fauna. Gli autori non auspicano dunque la creazione di una nuova agenzia, ma piuttosto un gruppo cooperante e che si auto-coordini per essere in grado di supportare e integrare gli sforzi dello stato. Gli esperti in questione indicano NatureServe, un’organizzazione no profit supportata dallo stato e da agenzie federali che fornisce un database nazionale sulle specie e gli ecosistemi, in sostanza un network che connette scienza e conservazione, come modello possibile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA