C’è una difficoltà intrinseca nel giudicare la crisi contemporanea. Di fronte ad essa, non pochi sono gli atteggiamenti assunti dagli analisti politici, dagli economisti, dalla gente comune. “La crisi”, ci rassicura Mario Monti, “l’abbiamo già superata Tra non molto – fine anno 2013 – ci attende un periodo di crescita”.

E’ bastato seguire l’andamento della finanza durante il governo tecnico per avere l’impressione di quanto fosse difficile, se non quasi impossibile, afferrare le regole che permettono alle agenzie di rating di giudicare lo stato di salute di organismi pubblici e privati.
In un testo pubblicato pochi mesi fa “Crisi. Per un lessico della modernità” di Reinhardt Koselleck, tradotto e curato da Gennaro Imbriano e Silvia Rodeschini edito da Ombre Corte, è chiaramente articolata la genealogia del concetto.
Crisi, in greco antico stava a dire “separare”, “dividere” “scegliere”, “giudicare”. Era un termine diffuso nel linguaggio politico – Tucidide lo utilizza per ricondurre le Guerre Persiane a quattro battaglie decisive – e nel linguaggio giuridico con riferimento alla formulazione della sentenza: c’è crisi se si lotta e c’è crisi se si sceglie.
La seconda accezione viene mantenuta nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Essa sta ad indicare il periodo che precede il Giudizio Universale: il termine è associato al vocabolo latino judicium. Infine – attenendoci all’orizzonte culturale antico – nella dottrina ippocratica assume una connotazione medica: crisi è la malattia osservabile e la sua prognosi.
Nelle età moderna e contemporanea i tre significati – politico, giuridico e medico – “scivolano” in ambito politico-sociale e poi economico. Solo per fare alcuni esempi, l’espressione in questione viene utilizzata per descrivere la gravità della lotta tra potere assoluto e parlamento inglese, e le difficoltà economiche registrate in Francia sotto il Regno di Luigi XIV.
Durante l’Illuminismo, il vocabolo assume un carattere semantico nuovo: deteologizzato, entra a far parte del lessico della filosofia della storia. “Schiller interpretò l’intera vicenda storico-universale come una crisi, che si compiva di continuo e in ogni momento” scrive Koselleck. Essa coincide con la “durata”, l’essenza stessa del processo temporale. Un critico della Rivoluzione, Burke, scriveva: “Mi sembra di trovarmi in una crisi colossale che non riguarda solamente gli affari della Francia, ma di tutta l’Europa, forse anche oltre”. Chateubriand affermava “Nessuno, in questo momento di crisi, può dirsi: ‘Farò una certa cosa domani’ se non ha previsto quale sarà questo domani”.
Superata la sinonimia concettuale con Rivoluzione, crisi sta ad indicare l’intero accadere storico-universale in cui la stessa Età dei Lumi è immessa. In ambito economico, le crisi economiche secondo Roescher, hanno a che fare con crisi di sovrapproduzione per cui “a fronte di un aumento delle offerte la merce prodotta in gran quantità non trova alcun acquirente”. Esse sono ricorsive, strettamente legate alle innovazioni tecnologiche ed ai rapporti di classe. Marx scriveva: “La crisi (ndr) è sempre il risultato del processo di produzione di capitale e lavoro, dunque un prodotto, sul piano sociologico, anche della classe operaia, nella sua dipendenza dai capitalisti.
Ogni crisi è allo stesso tempo una ‘crisi del lavoro e del capitale’”. Dal testo emerge che vecchie e nuove e teorie economiche, non permettono di cogliere pienamente il problema vero: la governance. In un momento come il nostro, in cui, come osserva Adelino Zanini autore della postfazione, è impossibile definire in termini ciclici “ciò che in poche settimane passa da un rating positivo al rango di junk” la riflessione da cui ripartire è questa: possono gli elettori accontentarsi di governi tecnici, di “Guidatori”? Di fronte al deficit di politica delle democrazie contemporanee, l’economia obbliga a prendere decisioni a breve termine, congiunturali, a causa della natura stessa della crisi. Solo una progettualità politica a lungo termine permetterà ai cittadini di sentirsi meno oppressi dallo stato di eccezione nel quale sono coinvolti e dalla paura, suo corrispondente psicologico.