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Albert Camus e il mito di Sisifo

Scritto da Alba Fecchio il 15.01.2012

Alba del pensiero - rubrica settimanale di filosofia e natura“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.”

Oggi, come vi accennavo la settimana scorsa, dobbiamo parlare di Albert Camus.

La citazione fatta poc’anzi è tratta da uno dei testi più noti di Camus: Il mito di Sisifo.

Sisifo è una figura mitologica che nasce nell’antica Grecia. Tradizionalmente viene considerato il più scaltro tra i mortali ma per questo, anche il meno amato dagli Dei a causa delle sue delle sue continue sfide al mondo immortale.

Leggenda vuole che fosse lo stato lo stesso Ade ad aver dato a lui la possibilità di ritornare nel mondo dei vivi a patto che esso fosse ritornato nel Tartaro dopo un giorno. Ciò non avvenne e la punizione del dio fu terribile: Sisifo fu condannato a spingere un enorme masso dalla base alla cima di una montagna. Il masso, una volta arrivato alla cima, sarebbe rotolato nuovamente in fondo e Sisifo, per l’eternità, avrebbe ricominciato la scalata senza ogni volta fermarsi o giungere ad una qualche conclusione della pena.

Bene, questo mito affascinò moltissimo Camus, tanto da erigerlo a metafora aulica e antica dell’esistenza umana. Ecco spiegata la domanda con cui abbiamo iniziato: vale la pena vivere? Quale senso è riscontrabile nell’esistenza?
Se si parla di Alber Camus, come nel caso di Simone de Beauvoir, è necessario utilizzare l’attributo”personalità ibrida”. Egli non può infatti essere catalogato schematicamente nella sezione filosofia o letteratura.

Camus si forma in Algeria, sua terra natia. Si prende una laurea in Filosofia, aderisce ai movimenti politici dell’epoca, prima favorevole del Partito Comunista per poi dirottare la propria attenzione verso l’anarchismo. Causa questa di molti dissapori sorti con l’amico J.P Sarte.

Camus non ama scrivere in modalità saggio filosofico, preferisce al contrario una scrittura più fluida e che intervalli ai contenuti di tipo filosofico, tratti di vita vissuta, una storia profonda e, se è possibile, avvincente.

Tematicamente il nostro caro Albert si avvicina molto alla riflessione di Sarte sull’esistenza- come abbiamo già potuto capire- e sul suo significato. Quello rappresentato ne Lo straniero, o ne Il Mito di Sisifo sono vite caratterizzate dall’assurdo, dalla mancanza di senso alle cose, alcuna base ontologica ed etica.

Quello che distanzia il pensiero di Camus da quello di Sarte è l’idea che, a differenza del più noto filosofo esistenzialista, Camus ritiene che l’assurdità in sé non stia insita nella struttura dell’Essere, piuttosto nelle modalità con cui l’uomo si rapporta alla propria vita quotidiana.

Quest’idea che può apparire pessimistica, anche se Camus avrebbe rifiutato quest’etichetta, è mitigata dal pensiero che vi sia una via per dare un minimo di senso e significato all’esistere ossia quella di condividere il mondo con gli altri, convivere con solidarietà e amore per il prossimo.

Solo così l’uomo può dare una parvenza di senso ad un Essere che ne appare del tutto privo.

Il momento di svolta nella vita di un uomo avviene quando esso comprende di non essere solo, ma di essere circondato da essere simili a lui, con gli stessi problemi, le stesse ansie e paure. Una su tutte la paura della morte.

Solo passando attraverso questa fase, l’uomo può ricostruire un’esistenza nuova basata sulla ricerca del bene collettivo e la lotta contro le ingiustizie e le inutili sofferenze.

Da soli non si può trovare e dare un senso alla vita, insieme sì. Ed è necessario farlo.

Il film che vi consiglio questa settimana è Triangle di Christopher Smith.

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