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L’alba del pensiero, puntata 6. Plotino

Scritto da Alba Fecchio il 12.11.2010

Alba del pensiero - rubrica settimanale di filosofia e natura

Buon venerdì!

Oggi il teatro delle nostre riflessioni deve cambiare. Approdiamo in tutt’altro ambiente e tutt’altra mentalità: Roma.

Ci troviamo di fronte al pensiero dei conquistatori. I romani infatti, dapprima (intorno al I -II sec A.C.) considerano la filosofia come un pericolo per le loro tradizioni, vedendone la portata innovatrice e per certi versi dissolutrice ma, qualche decennio più tardi, diventerà una vera e propria tradizione mandare i figli delle facoltose famiglie nei principali centri dell’ellenismo, per ricevere un’adeguata istruzione.

In questo periodo storico si intersecano diverse correnti filosofiche: dal ecclettismo di Cicerone, all’epicureismo di Lucrezio fino allo stoicismo, che diviene quasi filosofia di stato.

Ma oggi, voglio soffermare la mia attenzione sui movimenti neo-platonici. Perché? Perché troviamo una personalità estremamente affascinante e che propone una nuova visione del mondo e della natura.

Costui risponde al nome di Plotino.

Premessa da fare è che il cristianesimo sta dilagando. Nel 313 D.C. Costantino aveva riconosciuto il cristianesimo come religione, elevandola poco dopo a religione di stato. Giuliano, l’imperatore chiamato l’Apostata, formato da un filosofo neoplatonico, cercò di modificare questo editto e la tendenza dell’impero a convertirsi, convinto che la filosofia potesse migliorare le cose. Il neoplatonismo resistette ancora a lungo, fino al 529, quando Giustiniano ordinò la chiusura di tutte le scuole filosofiche pagane.

Torniamo a noi. Plotino nasce a Licopoli in Egitto intorno al 204. Fu uno dei primi filosofi “occidentali” ad interessarsi dell’oriente. Non a caso infatti si recò, seguendo una spedizione militare, per qualche anno In India e in Persia, laddove potè incontrare le principali fonti della conoscenza sapienziale dell’epoca.

A Roma Plotino si guadagnò il rispetto dell’imperatore Gallieno che lo lasciò libero di esplicitare il suo pensiero, dandogli anche l’opportunità di fondare anche la cosiddetta “Città dei filosofi”, in Campania, conosciuta meglio come Platinopoli, dove Plotino sognava che gli abitanti avrebbero dovuto seguire i dettami de “Le Leggi” di Platone.

La dottrina Plotiniana si rifà direttamente a due grandi maestri della tradizione: Parmenide e Platone cercando di unire le due filosofie in modo nuovo.

La natura, per Plotino, da un principio semplice fa scaturire il molteplice. “ L’Uno è tutte le cose e al tempo stesso non è neppure una di esse; è principio di tutto” scrive nelle Enneadi. Esso è “prima di tutto ciò che esiste”’ un principio unificatore perfetto da cui, per emanazione, discendono altre “creazioni” sempre meno perfette. Dall’Uno discendono infatti altre due ipostasi- da upò stasis, ciò che sta al di sotto-: l’Intelletto e L’Anima.

L’intelletto nasce per emanazione dell’Uno, simile ad un’auto-contemplarsi allo specchio dell’Uno stesso. L’intelletto infatti è chiamato anche estasi dell’Uno, ossia “ciò che è uscito da sé stesso” non per volontà propria ma perché è un processo eterno e necessario. Prima considerazione da fare è che quindi non c’è alcun Dio cosciente in Plotino. La generazione del mondo è continua, necessaria, eterna e ordinata inoltre da un processo gerarchico ben preciso.

L’ultima ipostasi è L’Anima. Essa è generata ancora una volta per emanazione, questa volta però il movimento di auto-contemplazione è compiuto dall’Intelletto. Sta dunque in una posizione meno privilegiata rispetto all’Intelletto stesso: è a metà fra l’essere e il pensiero. Essa si fa anima del mondo e quindi “creatrice” delle anime mortali. Si tratta pur sempre di un principio naturale dominato da una volontà inconscia, in qualche modo ceca che ha il compito di generare il molteplice dall’Uno. Direttamente da qui nasce l’anima di ogni organismo vivente.

Manca la materia, il corpo, non credete?

Plotino, infatti prosegue sostenendo che la finale emanazione dell’Uno è la materia. E’ l’ultima tappa della discesa. Evidente è la differenza con Platone: qui non c’è il Demiurgo che crea la materia, ma si tratta sempre di un movimento necessario e cieco. Non c’è nessuna scelta da compiere.

I sensi che ruolo hanno per Plotino? Nullo. Mi spiego meglio, possono cogliere soltanto la realtà che appare, ossia mere apparenze. Il modo, la realtà, la natura sono quindi una sorta di mali relativi, causati dalla lontananza dall’essere. Si trovano infatti, come abbiamo visto, più lontani dall’Uno.

La filosofia plotiniana viene chiamata monista proprio perché il principio della vita sarebbe uno soltanto che ha in sé sia materia che trascendenza.

Il monismo da un lato propone dunque un principio unificatore, che sembra in qualche verso, come il cristianesimo farà, sminuire la materialità, denigrandola come ultimo grado d’esistenza e dunque non degna di attenzioni.

Quello che però vorrei evidenziare è che per Plotino le cose non stiano esattamente così: la materialità, il corpo, le piante, gli animali sono pur sempre emanazione, seppur non diretta dell’Uno. Da qui,dovrebbe discendere un rispetto per tutto ciò che ci circonda, in quanto dal sasso che calpestiamo ai virtuosismi del nostro intelletto, tutto fa parte di qualcosa di più alto e grande di noi.

Oserei dire che ogni cosa è sacra. Levando l’accezione religiosa del termine, intendendolo soltanto come portatore di un messaggio positivo e necessario di rispetto.

Questa puntata è per me particolarmente sentita in quanto Plotino è stato per la mia crescita un filosofo in contempo amato e odiato, che ha causato per molti anni dibattiti tra me e colui che può essere considerato il mio Socrate. E’ la natura che va di nuovo conosciuta e amata, solo così ritroveremo una parte di noi.

Mi permetto quindi di ricordare qui il filosofo Giovanni Turcotti, usando riflessioni di Giuseppe Saglio, anch’esso suo allievo molti anni prima di me.

”Quotidianamente ho avuto l’incentivo ad inoltrarmi nella natura. Salire verso l’alto. Scoprire il versante opposto. Vedere poi da lontano la montagna con l’avvicendarsi e il rinnovarsi di storia, di stagioni. Tutto correlato dai riferimenti alle vie: si va su di qui, o di là.[…]Acquisivo un senso poetico, ma anche qualcosa di più. Un’emozione legata a un ruscello, ai fiori, ai ciliegi. Un senso di sacralità panica. Era già sufficiente andare nei boschi, appena oltre le case. Il bosco ti offre qualcosa che la montagna non può offrire e viceversa. Entravo in una condizione di valorizzazione, di osservazione, di gusto estetico, di ascolto, ero attivo, ma anche estremamente ricettivo. Davo il mio impegno e, in cambio, ricevevo molto di più.”

Abbiamo molto da imparare, da tutto ciò che ci circonda.

Il film di questa settimana è The Butterfly effect di Eric Bress e J. Mackye Gruber, una riflessione su come anche piccole cose potrebbero modificare il nostro destino.

Alla settimana prossima!

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