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Lavorare di notte? Aumenta il rischio di depressione

Secondo un nuovo studio condotto sui topi, rimanere svegli e dedicarsi ad attività tipicamente diurne nel corso della notte espone al rischio di soffrire di depressione e di problemi di apprendimento

Scritto da Camilla Di Barbora il 14.11.2012

Per migliaia di anni le giornate degli esseri umani sono state scandite dal sorgere e dal tramonto del sole. Poi un giorno, Thomas Edison ha reso possibile, con un interruttore, illuminare la notte, e l’avvento della luce elettrica ha permesso di introdurre il lavoro su turni e di estendere a dopo il tramonto le attività diurne. Ma come spesso accade, l’adozione di ritmi non naturali comporta delle conseguenze sul nostro organismo.

Secondo un nuovo studio condotto sui topi – guidato da Samer Hattar, professore di biologia della Krieger School of Arts and Sciences della Johns Hopkins University – rimanere svegli e dedicarsi ad attività tipicamente diurne nel corso della notte espone al rischio di soffrire di depressione e di problemi di apprendimento, non tanto per la mancanza di sonno, quanto per l’esposizione alla luce intensa di lampade, computer e persino iPad.

Pubblicato sulla versione on line di Nature il 14 novembre 2012, lo studio dimostra che la luce intensa attiva particolari cellule oculari (chiamate cellule ganglionari retiniche intrinsecamente fotosensibili o ipRGC) colpendo i centri del cervello che governano umore, memoria e apprendimento. 

“I topi e gli esseri umani hanno molte similitudini e una di queste è la presenza del sistema di fotorecettori che coinvolge le cellule gangliari”, osserva Hattar. “Precedenti studi sugli esseri umani hanno mostrato che la luce ha un impatto sul sistema limbico del cervello umano. Nei topi si verifica il medesimo meccanismo”. È noto infatti che le giornate più corte – tipiche della stagione invernale – portano alcune persone a sviluppare una forma di depressione nota come “disturbo affettivo stagionale” e che alcuni pazienti con questo disturbo dell’umore beneficiano della “terapia della luce”, che consiste semplicemente nella regolare esposizione alla luce intensa.

L’équipe di Hattar, guidata da Tara LeGates e Cara Altimus, ipotizzando che i topi avrebbero reagito allo stesso modo degli esseri umani, hanno esposto roditori da laboratorio ad un ciclo di 3,5 ore di luce e di 3,5 ore di buio. Sebbene precedenti ricerche abbiano dimostrato che un simile programma non disturba il ciclo del sonno dei topi, la squadra di Hattar ha scoperto che provoca negli animali comportamenti simil-depressivi, manifestati con mancanza di interesse per lo zucchero o per la ricerca del piacere, una minore propensione al movimento e peggiori perfomance in termini di apprendimento e memoria.

Negli animali è stato anche riscontrato un aumentato livello di cortisolo, un ormone dello stress che numerosi studi precedenti hanno collegato ai problemi di apprendimento. Il trattamento con il Prozac, un antidepressivo comunemente prescritto, ha attenuato i sintomi dei topi, ripristinando tono dell’umore e livelli di apprendimento precedenti, e rafforzando le evidenze a favore dell’ipotesi che il peggioramento delle funzioni cognitive fosse causato da depressione.

Secondo Hattar, i risultati indicano che le persone dovrebbero esporsi in modo prudente alla luce intensa, prolungata e regolare nelle ore notturne, perché potrebbe avere effetti negativi sul loro umore e sulle loro capacità di apprendimento. “Non sto dicendo che dobbiamo stare in completa oscurità di notte, ma suggerisco di accendere il minor numero possibile di lampade – meglio se a bassa intensità – in modo che la luce sia sufficiente per vedere ciò che dobbiamo vedere, ma non sia tale da attivare gli ipRGC che influenzano l’umore”.

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