Gaianews

Se ci ‘sentiamo’ sotto esame, è facile sbagliare

Scritto da Leonardo Debbia il 26.01.2016

Come ben sanno artisti, pattinatori o chiunque stia sostenendo un esame di guida, l’ansia di essere osservati può avere un effetto deleterio sulla performance del momento.

Ora, alcuni neuroscienziati del Sackler Centre presso l’Università del Sussex, hanno identificato il sistema di connessioni cerebrali che viene allertato in queste occasioni e ci ‘blocca’ quando meno lo vorremmo.

La dr.ssa Michico Yoshie, assieme al prof. Hugo Critchley, al dr Neil Harrison e al dr Yoko

Nagai, utilizzando la risonanza magnetica funzionale a neuroimmagini (IMR), sono stati in grado di individuare l’area del cervello che è fonte di segnali di ‘blocco’ durante la sperimentazione in laboratorio.

risonanza-funzionale

Neuroimmagini della risonanza magnetica funzionale

Precedenti esperimenti avevano dimostrato che gli individui tendono ad esercitare una forza fisica maggiore allorchè sono consapevoli di essere osservati.

Ad esempio, alcuni pianisti esercitano inconsciamente una forza maggiore sui tasti del pianoforte quando sono di fronte ad un pubblico, rispetto a quando suonano da soli, nella propria stanza.

Nel nuovo studio, pubblicato su Science Reports, si legge che è stata monitorata l’attività del cervello dei partecipanti ad un esperimento in cui si doveva afferrare un oggetto e tenerlo tra le mani senza esercitare particolari sforzi.

Ebbene, durante l’esperimento, mediante un video è stato osservato il comportamento di due persone che pensavano si stesse valutando la forza con cui stringevano l’oggetto.

L’operazione è stata quindi ripetuta, sempre osservando, attraverso un video, il comportamento delle stesse persone, mentre queste assistevano al medesimo esercizio, ma eseguito da altri.

I partecipanti hanno riferito di essersi sentiti più ansiosi quando pensavano di essere osservati e in tale circostanza è stato verificato che l’oggetto afferrato era stato stretto con una forza maggiore, senza peraltro che i due partecipanti se ne fossero resi conto.

I risultati della scansione hanno mostrato che la zona del cervello che ci aiuta a controllare le nostre funzioni sensoriali e motorie – la corteccia parietale inferiore (IPC) – veniva disattivata quando le persone si sentivano osservate.

Questa parte del cervello funziona in collegamento con un’altra regione – il solco temporale superiore posteriore (PST) – per formare quello che i neuroscienziati chiamano ‘action-observation network’ (AON) o rete di azione-osservazione.

L’AON è coinvolta nei processi di ‘mentalizzazione’, mediante i quali si intuisce, in base alle espressioni facciali e alla direzione dello sguardo, che cosa un’altra persona sta pensando di noi.

La PST trasmette queste informazioni all’ IPC che poi genera azioni motorie appropriate.

Se noi avvertiamo che chi ci osserva vuole che si esegua bene una determinata cosa (concerto, quadro, esibizione), la nostra esecuzione ne risentirà in positivo e tutto andrà per il meglio.

Ma qualora si avvertano segnali ‘negativi’, il nostro IPC viene automaticamente disattivato e la nostra prestazione risulterà disastrosa.

“Ci siamo resi conto che l’AON potrebbe essere correlata ad ansia da prestazione”, afferma la dr.ssa Yoshie, “perché quando veniamo esaminati, tendiamo a preoccuparci di come gli altri ci vedono e giudicano le nostre performances”.

Per coloro che soffrono di estrema ansia da prestazione, è stato osservato un miglioramento sostanziale nelle tecniche di stimolazione cerebrale, come la stimolazione transcranica magnetica

(TMS) e la stimolazione transcranica a corrente continua (tDCS), che potrebbe attivare il comportamento desiderato.

“E’ importante credere che la gente si ponga in maniera positiva e desideri che la nostra performance abbia successo”, afferma Yoshie. “Per rafforzare questa nostra convinzione, dovremmo esibirci di fronte a persone che ci sostengono.

Ad esempio, prima di uno spettacolo di fronte ad un pubblico vero e proprio, un musicista potrebbe esibirsi di fronte ad una platea di amici o familiari, che lo sosterrebbe con applausi.

Una tale esperienza potrebbe aiutare a indurre l’attivazione di un modello desiderabile nel cervello e aumentare di conseguenza la fiducia in se stessi”, conclude la studiosa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA