In due campioni di ghiaccio prelevati dall’altopiano del Tibet, un team cino-americano, composto da glaciologi di due istituti universitari, ha scoperto e riportato alla luce alcuni tipi di virus la cui età risale a circa 15mila anni fa, ma che risultano ancora attivi.

L’aspetto più stupefacente è che la maggior parte di questi virus – conservatisi indubbiamente grazie al processo di ibernazione – sono del tutto sconosciuti, diversi da tutti i virus catalogati fino ad oggi.
I risultati delle analisi cui sono stati sottoposti i microrganismi, sono stati pubblicati sulla rivista Microbiome dei primi dello scorso mese di luglio e costituiranno certamente un valido aiuto per la comprensione dell’evoluzione dei virus nel corso dei secoli.
Al fine di lasciare indenne il ghiaccio da eventuali contaminazioni, i ricercatori si sono serviti di un metodo ‘pulito’.
“Questi ghiacciai si sono formati gradualmente nel tempo e, insieme a polvere e gas, hanno inglobato anche una certa quantità di virus”, afferma Zhi-Ping-Zhong, autore leader dello studio e ricercatore presso la Ohio State University di Columbus, USA. “I ghiacciai della Cina occidentale non sono stati ancora studiati a fondo e il nostro obiettivo è quello di utilizzare le ultime informazioni raccolte per ripensare l’andamento dei climi sul lungo periodo e la correlazione con gli ambienti passati. E i virus fanno parte di quegli ambienti”.
Sono stati pertanto analizzati i campioni prelevati nel 2015 dalla calotta ghiacciata di Guiya, nella Cina occidentale, frutto dei carotaggi effettuati ad alta quota, nei pressi della vetta di Guiya, nell’area in cui si è formato il ghiaccio, a circa 6700 metri sul livello del mare.
Le carote di ghiaccio, datate intorno ai 15mila anni fa, sono formate da strati accumulatisi anno dopo anno che, durante il loro accrescimento, intrappolavano tutto ciò che all’epoca faceva parte della massa d’aria in cui veniva formandosi il ghiaccio.
La successione degli strati corrisponde quindi ad una sorta di sequenza temporale che gli scienziati hanno oggi la possibilità di analizzare per comprendere meglio i cambiamenti climatici del passato e, insieme a questi, l’evoluzione di microbi, virus e gas da quell’epoca in poi.
Così, nel ghiaccio di Guiya sono stati rinvenuti i codici genetici di 33 virus, di cui quattro sono stati già identificati, mentre 28 sono ancora tutti da studiare.
“Si tratta di virus propri di ambienti estremi”, sostiene Matthew Sullivan, co-autore dello studio, docente di microbiologia alla Ohio State e direttore del Center of Microbiome Science dell’Ohio. “Questi virus hanno firme di geni che li aiutano ad infettare le cellule sane in ambienti freddi; firme genetiche che testimoniano come un virus sia in grado di sopravvivere in condizioni estreme. Non si tratta di firme facili da individuare e il materiale analizzato da Zhi-Phong per determinare i nuclei e studiare i microbi e i virus del ghiaccio tibetano potrebbe essere un valido aiuto per cercare queste sequenze genetiche anche in altri ambienti ghiacciati, quali il deserto di Atacama, sulla Terra, o anche su altri corpi celesti, quali il pianeta Marte o la Luna”.
I virus non condividono un gene comune e universale, quindi riconoscere un nuovo virus e tentare di capire dove si inserisce nel panorama dei virus richiede molti tentativi.
Per confrontare virus sconosciuti gli scienziati confrontano set di geni di virus noti che sono stati catalogati in database scientifici.
I confronti dei database hanno mostrato che quattro dei virus nei nuclei della calotta glaciale di Guiya erano già stati identificati in precedenza e provenivano da famiglie di virus che in genere infettano i batteri.
Stante che le concentrazioni dei nuovi virus sono comunque molto inferiori a quelle riscontrate negli oceani o nel suolo, parrebbe che i nuovi microrganismi abbiano una probabile origine dal suolo o dalle piante, non da animali o esseri umani; considerazioni scaturite dall’esame sia dell’ambiente che dai database di virus noti.
Lo studio dei virus dei ghiacciai è relativamente nuovo, dal momento che solo due precedenti studi hanno individuato virus nel ghiaccio antico. Ma, secondo il prof. Lonnie Thompson , autore senior dello studio e docente di Scienze della Terra alla Ohio State, nonché ricercatore presso il Byrd Center è, di fatto, un’area della scienza che solo ora sta acquistando sempre più importanza, man mano che si studiano i cambiamenti climatici.
“Sappiamo molto poco dei virus e dei microbi di questi ambienti estremi”, confessa Thompson. “La documentazione e la comprensione sarà essenziale per sapere come rispondono questi microrganismi ai cambiamenti climatici e, più specificamente, che cosa succede durante i passaggi tra ére glaciali e periodi caldi, come sta accadendo attualmente”.