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Occupazione cinese in Tibet: un altro giovane si dà fuoco in Nepal. Sono 101 ad oggi le vittime

Non si ferma la ribellione del mondo tibetano contro la Cina, un altro giovane monaco è morto dopo essersi dato fuoco per la libertà

Scritto da Chiara Pane il 15.02.2013

È il centounesimo monaco che si uccide per protestare contro la dominazione cinese. L’uomo non è stato ancora identificato. Da fonti dell’Organizzazione per i diritti umani del Nepal emerge che l’immolazione è avvenuta in Nepal dove vivono circa 20.000 esuli tibetani a cui è vietata l’organizzazione di qualsiasi manifestazione, per non irritare la vicina Cina. Il personale ospedaliero e la polizia di Kathmandu, capitale del Nepal, hanno riferito che l’uomo sarebbe morto mercoledì, poche ore dopo essersi dato fuoco nei pressi di un tempio buddista. Il suo corpo era ustionato per il 96%. Alcuni testimoni hanno raccontato che l’uomo avrebbe cantato slogan anti-cinesi mentre vagava come una torcia umana in mezzo alla gente, prima di essere bloccato dalla polizia.

immolazioni in Tibet

Il monaco ha rispettato la prassi della protesta che va avanti dal 2009, eseguendo un’immolazione pubblica nei pressi di un luogo religioso. Un’opposizione silenziosa quella del mondo Tibetano, sorda alle grandi orecchie del colosso cinese.

Quest’ultima auto-immolazione sarebbe avvenuta in concomitanza con l’importante festa del Losar, il Capodanno tibetano, che si celebra per 15 giorni. In particolare, il governo del Tibet in esilio aveva chiesto ai suoi abitanti di non celebrare la festa per mostrare solidarietà ai tibetani relegati nello stato cinese, a cui è proibito portare avanti la propria cultura.

Il quotidiano Voice of America riferisce che la centesima vittima era un uomo sulla trentina, un monaco del monastero di Kirti, morto per le ustioni lo scorso 3 febbraio in una cittadina cinese. La vicenda è però rimasta nascosta fino a mercoledì, segno che la repressione cinese si è intensificata. Una Cina che nega ogni tipo di oppressione sul “suo” Tibet e che accusa i monaci di commettere atti terroristici. Non si comprende da quale prospettiva si possa però considerare un’auto-immolazione, che non reca nessun danno a cose o uomini, fuorché alla propria persona, come un atto terroristico.

Negli ultimi due mesi il governo di Pechino ha anche accentuato le punizioni contro i cosiddetti incitatori delle immolazioni. Secondo fonti Ansa, l’ultimo max arresto sarebbe avvenuto la prima settimana di febbraio: 70 persone nella provincia del Qinghai sono finite in manette con l’accusa di aver pilotato le immolazioni. Il governo sta inoltre utilizzando incentivi finanziari per incoraggiare il lavoro degli informatori.

Impossibile acclamare un gesto così estremo, dietro al quale però si cela la mancanza di libertà e l’oppressione di un gigante che sembra invincibile. Un’occupazione quella cinese che va avanti dagli anni 50. Nel 1959 la popolazione tibetana organizzò l’ultima grande rivolta, che si tramutò in tragedia. Migliaia di tibetani persero la vita e altrettante centinaia furono costrette a fuggire, fra queste c’era Tenzin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama, la massima autorità spirituale del Buddhismo tibetano. Il Dalai Lama si rifugiò in India, dove formò un governo in esilio. Da allora iniziò a peregrinare per il mondo per raccontare l’oppressione patita dal suo popolo. Purtroppo però spesso è costretto a muoversi fra l’indifferenza degli stati, come è avvenuto nel 2007 in occasione del viaggio nel nostro paese, quando l’orami dimesso Papa Benedetto XVI e l’allora primo ministro Romano Prodi non lo ricevettero per paura di aprire un incidente diplomatico con Pechino, o forse sarebbe meglio dire per non inclinare i rapporti economici con il colosso mondiale. Certo, durante il viaggio in Italia fu ricevuto dall’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti e da esponenti del clero cattolico e di altre religioni, ma questa la dice lunga sulla considerazione della questione tibetana.

Un problema di indipendenza rivendicata, che secondo il codice di diritto internazionale si traduce come principio di autodeterminazione dei popoli, secondo cui un popolo sottoposto a dominazione straniera ha diritto ad ottenere l’indipendenza e a scegliere autonomamente il proprio regime politico.

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