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Una molecola ‘che non può esistere’

Scritto da Leonardo Debbia il 24.12.2015

Per secoli la Scienza, quella ufficiale, con la S maiuscola, ha sancito leggi, regole, teorie che dovevano essere osservate e rispettate, senza lasciarsi andare a interpretazioni o mettere in dubbio la veridicità di quanto affermava o dei paradigmi sanciti.

Chiunque avesse dubitato o deviato dai percorsi tracciati, rischiava la ‘scomunica’ o, nel migliore dei casi, la pubblica derisione.

Fortunatamente, vennero poi, gradualmente alla ribalta, i vari Galilei, Newton, Darwin, Einstein, che riuscirono a cambiare le cose, dimostrando, con le loro intuizioni, che le verità dogmatiche potevano essere discusse e modificate e, in pratica, che nessuno era detentore delle certezze assolute.

Eppure, è successo ancora.

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso gli scienziati ritenevano che i composti chimici esistenti nell’intero Universo potessero essere solo quelli conosciuti; quelli conosciuti sulla Terra, s’intende. Si poteva azzardare che nell’Universo ne esistessero altri? No, si sconfinava nella Fantascienza.

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La nebulosa ‘Testa di Cavallo’

Ebbene, nel 2011, un gruppo di astronomi si mise ad indagare una nebulosa lontana 1500 anni

luce, la nebulosa Testa di Cavallo, una gigantesca nube di polvere e gas, dove nuove stelle si stavano formando in continuazione.

Il motivo di quella osservazione minuziosa e ostinata, era cercare di capire la composizione chimica di quella lontana materia, una materia dove, tra i segnali radio emessi, ne era giunto fino alla Terra uno pari a 89,957 gigahertz.

Il segnale non corrispondeva ad alcuna sostanza conosciuta.

Fu Evelyne Roueff, dell’Osservatorio di Parigi, assieme ad altri colleghi a dare una identità

alla molecola, concludendo che doveva trattarsi di C3H+, ribattezzata propynylidynium, una molecola ionica che non avrebbe potuto mai essere osservata sulla Terra, perché, anche qualora fosse stata realizzata, avrebbe subito reagito, legandosi con qualche altra, per trasformarsi in qualcosa di stabile.

La scoperta è datata, nel senso che ‘risale’ al 2012, ma la comunità scientifica l’aveva finora considerata con una certa sufficienza.

Recentemente, però, questa molecola è stata prodotta artificialmente in laboratorio dall’Università di Colonia, in Germania, dove è stato verificato che la sua emissione radio è simile a quella emessa dalla nebulosa Testa di Cavallo.

Ryan Fortenberry, professore di Chimica della Georgia Southern University, negli Stati Uniti, dichiara: “Non dobbiamo pensare alla chimica dello spazio facendo riferimento alle condizioni esistenti sulla Terra”.

La infinitesima pressione, che nello spazio è praticamente inesistente, consente a molecole ritenute instabili sulla Terra, di esistere, per cui, citando Fortenberry, “Immaginando qualsiasi molecola, per strana che sia, possiamo star certi che da qualche parte dell’Universo potremo trovarla”.

Si potrebbe concludere che le porte della conoscenza sono ben lungi dall’essere tutte belle aperte e chi pensa di avere delle certezze in campo scientifico, sarà il caso che lasci spazio a qualche dubbio.

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