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“Avrò cura di te”

Scritto da Maria Rosa Pantè il 29.06.2016

È una promessa o una minaccia? Cosa vuol dire prendersi cura di qualcuno?

Che inizio! Va bene contestualizzo.

Discutendo con una persona cui voglio molto bene, si è finiti a parlare del bere, del fumare, del mangiare, la carne per esempio, dato che io da qualche anno sono vegetariana.

Nel discutere di queste e altre varie intemperanze (anche se essere vegetariani non è credo un’intemperanza), si è arrivati a dire che in effetti in ogni cosa ci vuole misura.

Ma la misura di chi?

La mia misura è diversa da quella di chiunque altro. Oibò, e che ne è stato dell’aurea misura, il giusto mezzo, in medio stat virtus?

Purtroppo anche questo “medio” varia a seconda dell’individuo. Si agisce forse per buon senso.

Si agisce pensando alla cura di sé, o perché si vuol bene a qualcuno e ci si prende cura di lui, anche indicando una propria misura.

La misura, ho pensato, allora è il benessere. Ognuno sa qual è il suo benessere. Non esiste infatti un benessere medio. Eppure i benesseri non devono contrastarsi, devono convivere.

Prendersi cura del benessere proprio o, ancor più, di qualcuno è dunque cosa spinosa.

Un conto è pensare ai suoi bisogni fondamentali: qualsiasi essere vivente ha bisogno di bere, mangiare, muoversi, e anche avere attenzione. Già anche che qualcuno abbia attenzione verso di lui: uomo, animale, pianta che sia. Le basi di sopravvivenza sono queste e sono già tutt’altro che semplici.

Prendersi cura di qualcuno può, forse deve, andare oltre.

Ma dove deve spingersi? Fino a che punto prendersi cura di qualcuno non diventa un modo per condizionarlo? Per modificarlo? Per farlo a propria immagine e somiglianza? Pendersi cura di qualcuno limita la mia e la sua libertà. Eppure tutti hanno bisogno di prendersi cura di qualcuno e che qualcuno si prenda cura di loro. Forse la risposta sta nei gesti e non nella parola.

Nei momenti gravi di lutto non si parla si abbraccia qualcuno.

Nei momento di gioia profonda si ride insieme. Ci si bacia per amore.

E quando la parola non c’è, quando si ha da curare un animale, una pianta, un neonato o un morente si usano le mani, la pelle, il tocco.

Eppure anche un tocco può essere invadente. Una carezza può diventare rapidamente uno schiaffo. E persino uno schiaffo ben dato può essere pendersi cura di qualcuno. (Ma di questo non sono convinta avendo presso una buone dose di schiaffi da mia madre).

È difficile tutto, difficile voler bene, lasciar libere le persone, prendersi cura di tutti, prendendosi cura anche di sé.

È difficile accettare i propri confini. Accettare che si sbaglia e parecchio.

Prendersi cura di qualcuno è comunque esserci per lui con tutto il nostro peso, le nostre ferite e le nostre gioie. Bisogna saperlo.

E poi esiste la cosa più dura: quando io aiuto qualcuno non sono mai disinteressato. Quando mi prendo cura di qualcuno io mi prendo cura anche di me. Non c’è niente di male, bisogna però saperlo e non aspettarsi nulla. O meglio, allenarsi a non aspettarsi nulla.

Certo quando si fa qualcosa di buono resta un benessere certamente benefico e positivo, ma da curare come un fiore. Il rischio è quello dell’onnipotenza, di sentirsi buoni, di sentirsi un po’ come Dio, arbitri del destino di qualcun altro. Personalmente di questo ho molta paura.

Mentre mi dibattevo in siffatti pensieri, che comunque generano comportamenti e condizionano la mia vita e quella di chi mi circonda, mi ha trovata la frase di un mistico, poeta, attivista indiano Aurobindo (1872-1950):

“L’egoismo uccide l’anima; distruggilo. Abbi cura però che il tuo altruismo non uccida l’anima altrui.“

Non lo conoscevo, eppure Aurobindo si è preso cura di me, dicendomi ciò che avevo dentro e che non sapevo esprimere.

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