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La rivolta degli alberi

Scritto da Maria Rosa Pantè il 28.10.2014

Era quello un luogo remoto. Un paese ricoperto di boschi e fitta vegetazione. Avrebbe potuto essere un nuovo Paradiso Terrestre, ma non tutto vi era perfetto come invece nei boschi antichi.

Albero_siccità_parchi

In quel luogo remoto, infatti, si dava la morte per impiccagione: era molto comodo, economico e anche moderatamente spettacolare. Non vi era spargimento di sangue, ma era ugualmente spaventoso vedere le gambe che scalciavano, gli occhi che schizzavano fuori delle orbite, la lingua estroflessa all’inverosimile a cercare le ultime boccate di aria. Era uno spettacolo esemplare per ogni ribelle.

Poiché gli alberi vi erano abbondanti, il potere aveva trovato questa soluzione ottimale ai suoi problemi di controllo sociale e politico.

Tutto andava per il meglio. Si fa per dire.

Finché una volta si tentò di impiccare un condannato, che era accusato di aver rubato derrate alimentari ai contadini, l’uomo era piuttosto corpulento, pesante nei movimenti. Forse anche la paura lo rendeva così goffo. Si tentò di impiccarlo, ma il ramo subito si spezzò. Ci fu tra le guardie una certa costernazione. Chi aveva scelto proprio quell’albero farlocco temeva di dover saggiare lui un altro ramo. Ci fu tra le guardie anche stupore: gli alberi venivano scelti accuratamente, addirittura calibrati sul peso e l’altezza del condannato. L’albero prescelto era sano, saldo, i suoi rami erano grandi, potenti. Comunque era un incidente fors’anche dovuto al condannato troppo pesante. Dunque non bastava più andare a occhio: i condannati andavano pesati e misurati con strumenti di precisione.

Mentre le guardie riflettevano sull’aspetto tecnico della questione e il pubblico, folto, dei contadini defraudati era ammutolito per l’inatteso sviluppo, l’uomo condannato, con agilità spiegabile solo con l’inebriante leggerezza d’essere ancora vivo, saltò su, abbracciato al ramo che l’aveva salvato e urlava: grazia, grazia, grazia. Infatti secondo la legge non poteva essere più impiccato.

Essere ancora vivo l’aveva trasformato, si sarebbe poi dato a una vita degna, sarebbe morto, infatti, qualche anno dopo, nel tentativo di salvare da un incendio alcune vite umane e animali. Ma questa è un’altra storia.

Per evitare ulteriori incresciosi incidenti di tal fatta, si mise un cartello sull’albero traditore, ove vi era scritto: “inservibile”. Qualcuno anzi si aspettava che almeno l’albero venisse abbattuto, qualcun altro che si inaridisse da sé, invece rimase il bell’albero che era.

Prima delle future impiccagioni i vari funzionari addetti all’ufficio “esecuzioni capitali” fecero accurati controlli, arrivarono ad appendere ai rami ogni sorta di peso, qualcuno più spiritoso (humor nero si chiama) appese, per simulare anche il dondolio, pesanti altalene. Di cui, duole dirlo, non usufruì mai nessuno per sana scaramanzia.

Finalmente pareva tutto pronto per la nuova esecuzione. Si era dovuto individuare un luogo con parecchi alberi perché i condannati erano ben dodici!

Tra questi, che ironia, c’erano alcuni dei contadini truffati dall’uomo, quello grasso, graziato dal suo peso, si mormorava.

I condannati, uomini e donne in egual numero, avevano protestato perchè il pane costava troppo e il grano che producevano era pagato troppo poco. Insomma la solita lotta per il pane. Quando chi ha fame invece di languire nella rassegnazione, ha ancora la forza e l’arroganza di alzare la voce.

Protestare era considerato tra i reati più gravi. Era considerato pari a un omicidio, d’altra parte, protestando, si tentava di assassinare l’autorità somma che tutto teneva sotto di sé.

La morte era l’unica possibile punizione.

Il boschetto prescelto era un po’ isolato, non si voleva fare troppa pubblicità a questa esecuzione, ed era davvero grazioso.

Mi pare che non l’abbiamo mai usato.

In effetti, no. Certo la cosa si fa rischiosa...

Se di questi dodici se ne salva uno, è gloria per il nostro potere.

Già, dare l’illusione di generosità e un’ottima politica.

Non accadrà nulla – intervenne la terza guardia giunta alle spalle dei due colleghi – abbiamo saggiato i dodici rami dei dodici alberi: resisteranno magnificamente.

Paf, paf, paf, paf, paf, paf, paf, paf, paf, paf, paf, pum

Come frutti maturi uno a uno caddero i dodici rami, uno a uno caddero i dodici rami insieme ai dodici condannati. Tutti finirono a terra come frutti maturi o foglie autunnali, però erano vivi!

Non tutti, ne morirono due: uno per lo spavento, gli si era fermato il cuore. L’altra, da sempre donna sfortunata, era stata colpita sul capo dallo stesso ramo che avrebbe dovuto salvarla e ora giaceva immobile. Ma i dieci salvati stavano gridando: grazia, grazia, grazia.

Roba da non credere. I dignitari, il governo supremo erano attoniti, osservavano il loro regno e si sentivano estranei a quel mondo di alberi, giacchè loro sognavano un mondo di forche.

Alcune delle guardie che avevano scelto il boschetto vennero condannate, si tentò di impiccarle. Tutti i rami caddero rotolando allegri con loro.

Uno fu giustiziato, lo si impiccò a un palo. Ma fu un’esecuzione faticosa, antieconomica e poco esemplare. Alla gente non piacque l’agonia del poveretto che soffocò lentamente, a causa dell’inesperienza del boia in questo campo.

Per consuetudine, più che per convinzione, fu condannato anche lui, ma ormai nessuno temeva più la punizione suprema. Qualcuno, invece della pena della carcerazione, implorava: voglio essere impiccato!

Era infatti assodato che i rami si spezzavano e salvavano i condannati.

Nonostante questo momentaneo, si sperava, blocco delle esecuzioni, la delinquenza non aumentò affatto, anzi si stava creando un insolito clima di benevolenza.

Gli uomini, le donne, i bambini si sentivano amici degli alberi, talvolta persino un po’ parenti.

A iniziare questa nuova e inusitata amicizia erano stati due condannati, ex condannati, poi graziati dai rami. Erano fratello e sorella, tutti i giorni andavano come in pellegrinaggio ai piedi dei due alberi che avrebbero dovuto essere le loro forche. Ammiravano le folte chiome, pulivano le erbacce ai loro piedi, cercavano quasi di medicare il moncone che aveva lasciato il ramo staccandosi.

Sembra si siano mutilati per noi. Diceva la sorella alle amiche.

Io sento una pace quando sono lì, che mi metto a cantare. Raccontava il fratello ai parenti.

I parenti, le amiche all’inizio pensavano che essere scampati a morte certa avesse segnato i due fratelli. Forse il nodo scorsoio un po’ li aveva stretti, forse il sangue non era arrivato bene al cervello, forse, cadendo, avevano battuto la testa.

Parlare con gli alberi, toccare i rami! Che stranezza era mai quella? Era come accarezzare una pietra. Gli alberi sono inanimati, come delle cose, chi ha mai sentito un ramo respirare?

I due ragazzi, però, incuranti delle dicerie, incuranti persino delle guardie che li tenevano d’occhio, sospettose, continuavano ad andare in visita ai loro alberi salvatori.

Quasi spinti da un istinto scaramantico, poco alla volta, si unirono a loro gli altri graziati e i loro parenti e infine i loro amici. Da ultimo si fecero avanti anche le guardie graziate sotto gli sguardi sospettosi di tutti gli altri.

Hanno diritto anche loro! Qualcuno disse e l’atmosfera subito si rasserenò.

Stavano tutti meglio, non che la fame fosse meno fame, c’era però uno spirito di benevolenza che univa i superstiti: si aiutavano l’un l’altro. E sorridevano. Che rabbia per il potere tutti quei sorrisi, non c’era nemmeno più un motivo per una bella condanna alla pena capitale.

Così invece di godersi la quiete, il potere, che vive sul dolore e la paura dei sudditi, decise di intervenire in modo radicale. Fu emanato un editto in cui si proibiva a chiunque di recarsi presso gli alberi a meno di avere un permesso speciale: il permesso di tagliare o bruciare i boschi.

L’editto fu accolto dapprima con timore, poi con rabbia, poi… se ne uscì la sorella a leggere: Chi non obbedisce alla legge verrà messo a morte per impiccagione.

Il potere era così sicuro di sé e dell’ignoranza dei suoi sudditi che non si era nemmeno curato di modificare le antiche ordinanze. Ora tutti intorno alla fanciulla non facevano che ridere. Impiccarci? Ma dove? Piuttosto stiano loro attenti ai rami: quelli che cadranno con noi, glieli spaccheremo sulla testa.

Nulla fa male al potere come il ridicolo: l’ordinanza rimase lettera morta.

Il potere non potè fare che altro che prepararsi all’attesa: qualcosa sarebbe accaduto. Qualcuno sarebbe caduto in una qualche colpa, nel frattempo però bisognava trovare un altro modo di dare la morte ai colpevoli.

Tutte queste grane per colpa di quei maledetti alberi. Il potere li guardava con odio come veri nemici in carne e ossa. Se avesse lontanamente pensato che gli alberi avessero vita e scelte e forse persino sensazioni, li avrebbe bruciati tutti.

Ma il potere, come molti, pensava che gli alberi fossero inanimati.

Eppure, eppure…

Sotto terra in uno dei tanti boschi del paese, sotto uno dei tanti alberi del bosco stava una radice! Era la radice di un enorme faggio e viveva la sua vita di radice finché un giorno qualcosa la turbò. Nessun umano può sapere con certezza quale fosse l’accadimento: forse passi troppo pesanti che percorrevano il bosco cercando l’albero forca? Perchè gli alberi hanno orecchie: le radici ci sentono benissimo, percepiscono ogni vibrazione come un suono.

Oppure fu la gravezza sul ramo. Quel corpo che scalcia e non è il peso d’un frutto. Non è l’abituale uccello che sul ramo si posa e si riposa. Perchè gli alberi sentono la gravità. Gli alberi hanno ben più dei nostri cinque sensi.

O forse fu che alcuni di quei poveri corpi venivano lasciati lì appesi al ramo: siano d’esempio!

Oppure: il morto non aveva famiglia.

Quale che fosse il motivo, il tempo, l’umidità, il caldo, il freddo consumavano la corda, così il corpo quasi putrefatto, già omerico pasto agli uccelli, cadeva ai piedi dell’albero e si faceva terra. Ma una terra troppo densa, troppo intrisa di azoto e non a tutte le piante piacciono gli stessi tipi di terreno, perchè ogni albero ha un suo gusto.

La radice del faggio infatti aveva un suo proprio gusto: quel sapore azotato, no, non le piaceva affatto.

Considerando tutti i disagi, la radice si disse, sempre che un apice radicale sia pure molto intelligente si dica qualcosa, che non ne poteva più. Questi strani maneggi devono finire.

Partì il tam tam chimico, sotto terra correva forse questo canto:

io sono l’albero predestinato

quello segnato dagli impiccati

il mio ramo ha ceduto

sotto il peso del corpo

che mi ha fatto dolere

tutto fino alle radici...

Partì il tam tam chimico, la rete delle radici si mise in comunicazione con impulsi chimici ed elettrici, quasi che le piante fossero percorse da fasci di nervi. La notizia si inerpicò sui tronchi, su su fino ai rami, le chiome, le foglie, i fiori, i frutti.

Tutto fu innervato dal messaggio della piccola punta di quella radice sensibile: basta corpi appesi ai nostri rami.

Certo dici bene tu, radice sepolta nella terra innocente e pura in confronto a questi mammiferi su due zampe, come fare a fermare le impiccagioni?

L’unico modo era sacrificare il ramo cui il corpo veniva appeso. L’albero è fatto a moduli, è fatto di iterazioni: cade un ramo, ma l’albero non muore.

Caddero dunque i rami insieme ai condannati.

Non possiamo dire se gli alberi sentissero “umana” pietà, possiamo pensare che non condividessero la natura crudele di un potere dispotico.

Senza impiccagioni la tirannia si estinse, non ci fu bisogno di altre esecuzioni. Tutto parve tornare all’equilibrio perfetto: però l’equilibrio vi era, come ovunque, precario.

Durava, durava ancora, ma fino a quando? Solo gli alberi, dentro di sé, lo sapevano.

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