Con il termine ecomafia si intendono le attività illegali gestite dalle organizzazioni criminali che arrecano danno all’ambiente. Se si pensa alle ‘ecomafie’ in Italia si fa subito riferimento ai rifiuti, ma in realtà tanti sono i settori ‘sporcati e minacciati’ dalla criminalità organizzata. Tra questi, uno sembra essere invisibile ma è di notevole spessore: si tratta del commercio illegale di legname, su scala mondiale.

Secondo l’inchiesta condotta da Luca Scarnati su Globalist syndication “La malavita ha un’enorme responsabilità rispetto alla morte lenta dei più efficienti ‘polmoni’ della Terra, dietro ogni foresta che sparisce c’è la mano dei trafficanti di legno, tanto che dopo la cocaina e i diamanti sta diventando la terza industria più redditizia per le mafie internazionali … Sono le principali specie di legni tropicali ad essere soggette al commercio illecito e ad incrementare i profitti delle mafie internazionali. Uno dei problemi nel cercare di arginare questo traffico è che si tratta di legni difficili da distinguere, e ancor più difficile è capirne la reale provenienza, sfuggendo facilmente ai controlli”.
Tanti i dati alla mano: l’industria illegale del legname occupa tra il 15 e il 30% del mercato globale, dai 300 ai 100 miliardi di dollari l’anno sono le cifre che guadagna la criminalità organizzata, pochi soldi invece spettano a chi cede gli alberi, in zone come l’Amazzonia l’Africa Centrale e il Sud Est Asiatico, in cambio di condizioni di vita dignitose.
Dinanzi a questo scenario inquietante che vede interi paesi deturpati e privati delle proprie risorse naturali e il mondo minacciato dal cambiamento climatico, si muovono i governi e gli organismi internazionali. Se negli Stati Uniti la legge che vieta il traffico illegale di fauna selvatica risale al 1900, integrata nel 2008 per includere i derivati quali legno e carta, l’Unione Europea si fa sentire con un Piano d’azione per l’applicazione delle normative, la governance e il commercio nel settore forestale (FLEGT). Il regolamento comunitario prevede specifici protocolli per le importazioni secondo accordi volontari di partenariato con alcuni paesi quali Ghana, Repubblica del Congo, Liberia, Repubblica Centrafricana e Camerun.
Ogni paese dell’Ue deve avere un’Autorità di Controllo (AC) che sarà operativa entro il 2013. In Italia l’incarico è stato affidato al Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali (MiPAFF).
Al di là delle leggi, tanti sono i problemi pratici. “Riconoscere alle frontiere la specie a cui appartiene il legname e soprattutto la provenienza – afferma Scarnati – è il vero problema pratico, la cui soluzione è indispensabile per poter valutare la legalità della transazione oltre la documentazione presentata, la cui falsificazione è uno dei principali strumenti delle ecomafie. Secondo i ricercatori il problema è risolvibile con metodi di analisi necessariamente strumentali, messi a punto attraverso specifici programmi di ricerca”.
Per gli studiosi l’albero parla e comunica il suo luogo di provenienza attraverso l’analisi degli anelli legnosi e dalla presenza nel legno di determinate combinazioni di isotopi di carbonio, azoto e ossigeno che dal terreno si trasferiscono nei tessuti; l’ultima frontiera riguarda poi gli studi sul DNA dell’albero che daranno risposte più concrete.
A questo punto la chiave di volta per combattere questa piaga risiede, secondo Scarnati, nella creazione di nuovi boschi e in una diversa gestione di quelli già esistenti così da favorire l’assimilazione di anidride carbonica (CO2) e creare crediti di carbonio da vendere sul mercato globale a un prezzo che va dai dieci ai quaranta euro. Le aziende che non riescono a ridurre le proprie emissioni di CO2 dovranno acquistare necessariamente i crediti da paesi ricchi di foreste e con economie non industrializzate, creando così sviluppo economico e tutelando l’ambiente.