Ho da poco scoperto che esiste una classifica dei migliori incubatori universitari di innovazioni al mondo. Stilata da UBI Index, è stata presentata il 3 ottobre 2013 (a questo link trovate tutte le informazioni).
Con base in Svezia, UBI Index è un ente di ricerca europeo che ha prodotto un vero e proprio benchmark di questi incubatori: uno strumento per capire quali sono e come sono strutturati i centri di formazione più avanzati per la cultura di impresa.

Vediamo la classifica: prima la RIce Alliance for Technology and Entrepreneurship (USA), al secondo e al terzo posto ci sono altri due americani, il Venture Lab, del Georgia Institute of Technology e l’incubatore della Buffalo State University di New York. L’Italia si piazza all’undicesimo posto con l’hub I3P del Politecnico di Torino.
Di fronte a questa notizia mi sono chiesta quali sono le scienze o, meglio, le discipline universitarie attorno a cui nascono questi incubatori. Confesso che mi viene più naturale immaginare un chimico, un ingegnere o un fisico alle prese con l’innovazione; ma questo non significa che l’innovazione si debba necessariamente vivere come qualcosa di non-classico o non-umanistico.
Visto che se ne fa un gran parlare, ho pensato al concetto di smart city come punto di partenza per chiarirmi le idee. Smart city è un termine coniato alcuni anni fa negli uffici dell’IBM per indicare l’idea di una città governata in tempo reale grazie alla circolazione delle informazioni sul web. Ho fatto una piccola indagine in merito, cercando di barcamenarmi nella giungla linguistica popolata da incubatori, hub, crowdsourcing, etc..
Bologna, Genova e Torino sono, su fronti diversi, le città più avanzate da questo punto di vista. La rapida circolazione delle informazioni grazie alla rete garantirà benefici in vari settori: green economy, tecnologie, sicurezza, mobilità urbana, infrastrutture, medicina. E l’elenco non finisce qui. Ho trovato molto interessante navigare su EmiliaRomagnaSTARTUP e, nel frattempo, vi segnalo che dal 23 al 25 ottobre ci sarà il salone dell’innovazione allo Smau di Milano con lo Smart City Roadshow.
Anche se alcune città italiane sono luoghi fertili per l’innovazione, la strada da fare è ancora lunga, un po’ per mancanza di fondi, un po’ perché l’Italia è al primo posto per eccesso di burocrazia. Senza poi parlare delle difficoltà legate alla ricerca dei finanziatori o all’accesso al credito (che, oggi, non è proprio un “accesso”). Avrete notato che ho usato alcune categorie come esempi: green economy, tecnologie, sicurezza, mobilità urbana, infrastrutture, medicina.
Verso un’idea umanistica di innovazione. È innegabile che esistono delle scienze privilegiate quando si tratta di fare impresa e non credo sia un mio pregiudizio – scrivo di scienza, ma il PhD ce l’ho in Filosofia. Certo, dipende dal tipo di impresa, tuttavia è logico che chi proviene da un training universitario tecnico o scientifico sia avvantaggiato rispetto ad un laureato in lettere classiche. Credo che se prendessi un campione di laureati in lettere classiche e chiedessi loro di sviluppare un’idea di impresa, ad esempio stilando un Business Plan, avrebbero qualche difficoltà basandosi solo sul bagaglio concettuale ricavato dal corso di laurea.
Per fortuna ora esiste un corso di formazione per startuppari umanisti. Il 7 ottobre è stato firmato un accordo tra il rettore dell’Università Cattolica di Milano Franco Anelli e Carlo Sangalli, il presidente della Camera di Commercio meneghina, per garantire questa possibilità anche ai giovani umanisti. “Entrepreneurs are made, not born”. Così inizia la presentazione del percorso di formazione semestrale, con inizio il prossimo 15 novembre, promosso dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Il programma si chiama Dr. Start-upper e propone un percorso gratuito market oriented ai giovani laureati in materie umanistiche e scienze sociali. I destinatari, 25 partecipanti scelti tra i circa 1.400 dottorandi, dottori di ricerca e masteristi dell’ateneo milanese, avranno l’opportunità di diventare “skillati” in tutte quelle discipline necessarie per fondare una start-up: diritto, macroeconomia, analisi dei mercati e della concorrenza, etc.. Lezioni a distanza, videoconferenze, incontri con giovani start-upper e, infine, la possibilità di presentare al pubblico i progetti realizzati – questo dovrebbe avvenire durante le Business Plan Competitions organizzate in tutta Italia nel 2014.
Progetti di questo genere permettono di valorizzare alcune lauree che oggi si rivelano davvero deboli vista la difficoltà a trovare un’occupazione tradizionale. Non solo i giovani ma anche i “diversamente giovani” laureati in materie umanistiche (che magari vorrebbero cambiare lavoro) vivono quotidianamente una situazione occupazionale più difficile degli altri: i continui tagli alla ricerca, la confusione che vige nel mondo dell’insegnamento, il blocco delle assunzioni negli enti pubblici – solo per fare qualche esempio.
Insomma, una scelta che conduce ad un’idea più strutturata di innovazione, che porta con sé un bagaglio culturale e valoriale che potremmo definire “classico”. Tutto questo in teoria. Ma in pratica? Una goccia nel mare è meglio di niente ma non basta per salvare gli umanisti, e non solo, da un destino di sicura precarietà.