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Cina: sono 13 milioni gli aborti forzati ogni anno

Scritto da Chiara Pane il 15.06.2012

Cina, 13 milioni di aborti l’anno vengono praticati, spesso senza il consenso delle madri, brutalmente costrette a sospendere la gravidanza anche al settimo ed ottavo mese. Ecco il risultato della politica del figlio unico, che da oltre 30 anni viene fatta rispettare, violando un principio basilare del ciclo vitale, il diritto alla maternità.

Si stenta a credere che esista un intero continente in cui ad un bambino/a non è permesso avere un fratellino o una sorellina. Tranne che, la famiglia non sia così ricca da poter pagare gli strozzini del Family planning cinese.

Nelle ultime settimana il web è stato invaso dalla foto shock che ritrae una giovane donna con il volto coperto dai capelli, sdraiata su un letto d’ospedale con accanto il suo bambino morto. Lei stessa ha dichiarato di essere stata obbligata ad abortire al settimo mese di gestazione. Avendo già una bambina di cinque anni, le autorità le avevano chiesto 40mila yuan (quasi 4.800 euro) come compenso per poter tenere il secondogenito. Il marito della donna, che adesso sta seguendo una pista legale, ha fatto notare che la somma richiesta è pari a circa quattro anni del suo salario.

Dunque non solo il governo cinese si riserva il potere di vita e morte sui suoi cittadini, o sarebbe meglio chiamarli sudditi, ma ancor peggio lo fa solo ed esclusivamente per scopi economici. Ancora una volta a pagare il prezzo più alto sono le famiglie abbienti. Solo queste devono rispettare la legge che obbliga le coppie cinesi ad avere un solo figlio. Le famiglie più agiate, invece, possono aggirare la legge pagando una sorta di tassa di concessione alle autorità. Spesso vengono richieste somme superiori ai 25mila dollari. Come ha denunciato un uomo cinese, Li Fu, picchiato nella strada che conduce all’ospedale, perché non voleva acconsentire ad un aborto volontario della moglie, Cao Ruyi, al quinto mese di gravidanza. Li Fu, come ha affermato Reggie Littlejohn, presidente della Women’s Rights Without Frontiers, ha raccontato la storia del suo incubo, affermando di aver pagato una prima volta l’equivalente di 1500 dollari statunitensi per il rilascio della moglie, forzatamente detenuta in ospedale e successivamente di essere stato “invitato” a saldare il conto per poter permettere alla moglie di proseguire la gravidanza. La somma richiesta era pari a 25mila dollari.

Nonostante le smentite del governo cinese, la politica del figlio unico viene fatta rispettare senza riguardi per la vita umana. Spesso gli aborti forzati provocano non solo la morte del feto, ma anche quella delle madri stesse. Per non considerare le tragiche ripercussioni psicologiche. Non a caso il numero dei suicidi delle donne cinesi è di gran lunga più elevato di quello degli uomini.

Le denunce degli attivisti per i diritti umani sono tante e servono a dare visibilità internazionale al problema. Inoltre ci sono associazioni come la Women’s Rights Without Frontiers, impegnate da anni nella sensibilizzazione della popolazione cinese. Anche perché la politica coercitiva del figlio unico, è strettamente connessa ad altre violazioni dei diritti umani, come la tratta degli esseri umani. Però non basta!

La Comunità internazionale dovrebbe indignarsi ed intervenire contro quella che si appresta ad essere la prima potenza economica mondiale. Come fanno i civilissimi stati occidentali a far finta di nulla di fronte ad una violazione così grave dei diritti umani? Con quali sanzioni economiche stanno intervenendo?

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