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Dislessia: nuovo studio rivela la principale causa

Scritto da Elisa Corbi il 06.12.2013

La principale causa della dislessia ora può essere meglio compresa, grazie a un nuovo studio. Le persone dislessiche hanno difficoltà nella lettura, nella lingua parlata e nell’apprendimento. Questo perché lottano con il processo mediante il quale i suoni del mondo reale vengono mappati sui fonemi interni, ovvero piccoli pioli neurali che categorizzano i suoni e aiutano a renderli interpretabili. 

Dislessia

Gli scienziati per anni hanno discusso sul perché i dislessici lottino con questo processo, e alcuni hanno suggerito che la causa fosse che le rappresentazioni fonetiche sono distorte nel cervello. Un’altra teoria afferma invece che le rappresentazioni fonetiche pur essendo intatte nelle persone con dislessia, hanno difficile accesso da parte di altre regioni del cervello coinvolte nell’elaborazione del linguaggio. 

Ecco cosa ha spiegato a Gaianews.it il dottor Boets, autore principale dello studio, riguardo la dislessia.

“La dislessia è malattia neurologica ereditaria, che si caratterizza in una severa difficoltà di lettura e disturbi ortografici. Colpisce circa il 10% dei bambini e degli adulti, e in tutto il mondo ne soffrono milioni di persone. In una società alfabetizzata come quella odierna, non influenza solo lo sviluppo cognitivo e la scolarizzazione, ma ha anche un impatto importante sul benessere socio-emotivo, l’integrazione sociale e le opportunità di lavoro”.

Perché per un dislessico è così difficile imparare a leggere e scrivere?

“Molte lingue applicano un sistema di scrittura alfabetica, che implica che i suoni del linguaggio base (fonemi) vengano rappresentati da simboli visivi (grafemi). Imparando le regole di corrispondenza fonema-grafema, un bambino è in grado di imparare a leggere e scrivere. Tuttavia, questo richiede una certa comprensione nella struttura del suono della lingua, e  proprio in questo le persone con dislessia mostrano difficoltà: hanno meno sensibilità per la struttura fonologica del linguaggio, e sono meno in grado di elaborare e manipolare suoni del linguaggio”, spiega Boets.

Bart Boets e colleghi hanno scansionato il cervello di 22 adulti normali e 23 adulti dislessici. Hanno usato una tecnica nota come analisi di attività multi- voxel, volta a guardare i modelli di attività nervosa nel cervello e osservare come gli individui rispondano  a certi stimoli, notando come i suoni risultassero mappati alle loro rappresentazioni fonetiche correlate. Con sorpresa dei ricercatori, le rappresentazioni fonetiche erano completamente intatte in entrambi i lettori. 

“E’ stato combinando l’applicazione di due diverse tecniche di analisi sullo stesso insieme di dati che siamo stati in grado di trarre queste conclusioni – afferma Boets. La prima tecnica è chiamata multivoxel pattern fMRI analysis (MVPA) e letteralmente quantifica la qualità dell’impronta digitale neurale delle rappresentazioni fonetiche (in termini di robustezza e distinzione). E’ in grado di dire fino a che punto gli stessi suoni del linguaggio (ad esempio / BA1 / vs / BA2 /) suscitano un simile modello di attività cerebrale locale, considerando che diversi suoni del linguaggio (ad esempio / ba / contro / da /) suscitano un modello meno simile di attività cerebrale. La seconda tecnica è l’analisi di connettività funzionale, che rileva fino a che punto aree cerebrali separate mostrano un modello sincronizzato di attività di fondo a bassa frequenza. Questo può offrire un indice della loro storia di collaborazione e la misura in cui esse svolgono un compito comune (l’attività di fondo mantiene le regioni del cervello impegnate per essere pronte a svolgere compiti per i quali devono collaborare )”.

Si è sviluppata quindi una seconda analisi per esplorare se la connettività nel cervello differiva tra i due gruppi. I ricercatori hanno valutato 13 regioni coinvolte nella elaborazione del linguaggio che avrebbero potuto collegarsi alle rappresentazioni fonetiche, trovando che la connettività era significativamente ostacolata tra alcune regioni del cervello dei dislessici.

Ciò ha rilevato che l’accesso carente alle rappresentazioni fonetiche  e non la qualità di queste rappresentazioni, è al centro della dislessia. Il lavoro di Boets e del suo team può portare ad un miglioramento degli interventi – quelli che si concentrano sul miglioramento della connettività cerebrale – per aiutare le persone con dislessia ad effettuare la lettura in modo più scorrevole.

“La terapia più affermata per la dislessia è l’istruzione diretta  e completa nella struttura fonetica del linguaggio (formazione fonetica / fonologica )  e la formazione sulle regole di corrispondenza fonema – grafema . La buona notizia è che questi interventi tradizionali (originariamente progettati principalmente per migliorare la qualità delle rappresentazioni) dovrebbero anche migliorare la qualità della connessione  alle rappresentazioni. D’altra parte, con le attuali conoscenze,  non è inconcepibile che potremo progettare interventi più mirati ed efficaci che si rivolgono specificamente a migliorare questo collegamento specifico tra le regioni linguistiche frontale e temporali  A questo proposito, penso per esempio a tecniche innovative non invasive di stimolazione cerebrale (come la stimolazione magnetica transcranica), che potrebbero essere utilizzate per questo scopo”, conclude Boets .

 

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