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Nigeria: Amnesty contro i danni del petrolio

La compagnia petrolifera Shell di stanza in Nigeria, e il governo stesso del paese sono stati condannati dal tribunale africano Ecowas per i danni causati al territorio e alle popolazioni locali

Scritto da Stefania Lo Bianco il 14.01.2013

La compagnia petrolifera Shell di stanza in Nigeria, e il governo stesso del paese sono stati condannati dal tribunale africano Ecowas per i danni causati al territorio e alle popolazioni locali
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Recentemente ci siamo occupati della minaccia incombente delle trivellazioni nel più antico parco africano – il Parco Nazionale di Virunga in Congo, nel cuore della foresta primaria – da parte della SOCO, la compagnia petrolifera battente bandiera britannica. Ma l’iniziativa del colosso petrolifero non è un evento unico nel suo genere,
Nel cuore del continente africano, infatti, altri paesi convivono con la presenza sul territorio di pozzi di trivellazione: in Nigeria, ad esempio, l’Eni è attiva già dagli anni sessanta sul territorio con la Nigerian Agip Oil Company (NAOC), mentre la Shell addirittura dal 1936 e la Total – il terzo tra i colossi più rappresentati – dal ’62.
La massiccia distribuzione di siti estrattivi – maggiormente rappresentati nella zona del delta del Niger – si deve al fatto che il paese fonda gran parte della sua sussistenza sul petrolio, sia perché i guadagni economici potenzialmente ricavabili sono immensi, sia perché non esiste una grande attenzione alle tematiche ambientali, complice un sistema legislativo poco solido in materia.
Tuttavia, da un bilancio del 2011 dell’UNEP (il programma delle Nazioni Unite per la protezione ambientale) e dai report che Amnesty International redige dal 2009 risulta come l’aspetto economico abbia adombrato, nel tempo, le conseguenze negative per l’ambiente e le popolazioni locali. Conseguenze che si traducono in fuoriuscite di petrolio dagli oleodotti all’ordine del giorno, incendi e ritardi nelle bonifiche ormai divenuti la prassi e gas flaring (l’azione di bruciare il gas durante l’estrazione di idrocarburo) una pratica diffusa e incentivata.
Da qui la mobilitazione di Amnesty, per denunciare che “una coltre nera come la notte ricopre tutto, case-alberi-persone-acqua-alimenti; che il rumore, l’odore penetrante, la luce ventiquattrore su ventiquattro tengono svegli e sì – allontanano gli incubi – ma non le malattie; che tutto sa di petrolio e tutto è tossico, ma non essendoci altro, il tutto si mangia e si beve.” Questa che sembra solo una brutta storia è, invece, la quotidianità per circa 31 milioni di persone: quelle che vivono lungo il delta del Niger, una delle zone potenzialmente più ricche e floride trasformata, in breve tempo, in un posto insalubre.
Nell’ambito della campagna “Io pretendo dignità” – in cui al centro viene posta la lotta alla povertà in tutte le sue forme – e cogliendo l’occasione dell’Assemblea degli azionisti di Eni svoltasi lo scorso maggio, Amnesty ha inviato una lettera agli amministratori delegati di Shell ed Eni, per chiedere alle compagnie di valutare l’impatto delle operazioni estrattive, di pubblicare i dati relativi e di impegnarsi al fine di ridurre i danni sul territorio e sulla gente. La Joint Venture sancita tra Eni, NNPC (Nigerian National Petroleum Company), Elf ed SPDC (Shell Petroleum Development Company), infatti, conferisce a tutte le parti coinvolte oneri e obblighi, pertanto, ogni compagnia – secondo l’ONG – dovrebbe prendere provvedimenti che riducano i rischi futuri per l’ambiente e rimediare agli errori fatti in passato, in materia di violazione dei diritti umani, inquinamento di acqua, suolo e aria e depauperamento ambientale.
Nonostante nessuna azione sia stata intrapresa dalle aziende – dunque nessuna responsabilità sia stata formalmente riconosciuta -, recentemente, uno studio dell’Università dell’Essex ha sottolineato l’impatto nefando che la Shell ha avuto in Nigeria, affrontando la questione dal punto di vista delle responsabilità legali di cui la compagnia è tenuta a rendere conto, nei processi aperti in Olanda e Regno Unito.

Una svolta nella situazione si è ottenuta lo scorso 16 dicembre, quando gli organi preposti al controllo delle attività e alla tutela di esseri viventi ed ecosistemi si sono decisu a mobilitarsi. La corte di giustizia della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas), infatti, ha riconosciuto la colpevolezza del governo nigeriano per i danni commessi dalle compagnie petrolifere, obbligandolo a chiederne conto direttamente alle aziende. Violando gli articoli in merito al diritto alle risorse naturali ed ad un ambiente sano, sanciti dalla Carta africana dei diritti umani e dei popoli, il governo si è reso complice delle compagnie nelle loro violazioni contro il pianeta.
È la prima volta che un governo viene condannato per colpe in materia di inquinamento, pertanto la sentenza rappresenta una svolta fondamentale nel cammino verso la protezione ambientale.
Il governo, dunque, dovrà rispondere di violazione dei diritti umani, impegnandosi a ripristinare delle condizioni di vita accettabili per le popolazioni locali. Impegno certamente non facile, però, dal momento che quasi 50 anni di estrazione di petrolio non passano certo inosservati, soprattutto da quando il rapporto dell’UNEP ha denunciato che nell’Ogoniland (una delle regioni della Nigeria) i contaminanti sono giunti molto più in profondità di quanto si pensasse. Dove la superficie è fuori pericolo, infatti, non è detto che lo sia anche il sottosuolo: in almeno dieci comunità nigeriane l’acqua potabile, è potabile per modo di dire, poiché presenta un livello di idrocarburi molto superiore alle direttive dell’OMS.
Azioni immediate dovranno essere intraprese per arginare i deleteri effetti dell’oro nero, sancisce la Corte. Tuttavia, un ripristino delle condizioni ottimali – stimano gli esperti – si avrà solo tra 25-30 anni. Sempre che si smetta di inquinare adesso. E che governo, popolazioni locali e compagnie petrolifere collaborino nella ricerca dell’ecosostenibilità. Utopia? Intanto la storia del petrolio in Nigeria è diventata un film (Black November), finanziato – paradossalmente – da un imprenditore nigeriano che sul petrolio ha costruito la sua fortuna: un modo per coinvolgere il grande pubblico e chiarire che, senza il controllo di tutti, un pianeta pulito e sano presto sarà solo un lontano ricordo.

Fonti:
UNEP: http://www.unep.org/newscentre/Default.aspx?DocumentID=2649&ArticleID=8827&l=en
Amnesty International: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/2352
Amnesty International: www.iopretendodignita.it
Rainforest Rescue: www.rainforest-rescue.org

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