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Il Principe ha 500 anni, ma non li dimostra

Scritto da Maria Rosa Pantè il 04.11.2013

Giustamente si parla molto dell’anniversario di Verdi, ma ci sono altri due anniversari di pari importanza, anzi secondo me persino più importanti, ma purtroppo negletti.

Machiavelli

Uno è l’anniversario della nascita di Boccaccio: 1313. L’altro è il cinquecentenario del Principe.

“Quale principe?” qualcuno molto distratto potrebbe chiedere.

Il Principe opera capitale della trattatistica politica, scritta nella sua prima stesura proprio nel 1513 da Niccolò Machiavelli.

Prima di tutto, quanti di voi hanno letto il Principe? Non a scuola intendo. Uhm mi sa pochini.

Anch’io l’ho letto per motivi di studio e di lavoro. Eppure è un libriccino, breve, breve.

Se non volete comprarlo lo trovate qui:

http://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/machiavelli/il_principe/pdf/machiavelli_il_principe.pdf

Vi consiglio di provare a leggerlo, all’inizio forse l’italiano di 500 anni fa vi parrà un po’ difficile, ma se vi sforzate di capire il lessico siculo-gergale di Montalbano, credo che possiate tentare di sforzarvi per capire Machiavelli.

Oltretutto la scrittura di Machiavelli è: immaginifica, scorrevole, vivace, potente. Insomma Machiavelli, che lo volesse o meno, è anche un grandissimo scrittore.

L’opera di Machiavelli è l’opera di uno storico, ma soprattutto di un uomo che si dedica alla vita politica, non fa carriera, diventa un funzionario. Viene però esiliato e in esilio, soffrendo l’inattività, mette per iscritto le sue riflessioni su cosa sia la politica e cosa siano un buon governante, un buon principe e la realtà del governo di uno stato.

Il pensiero politico di Machiavelli, oh stupore!, non è machiavellico, come recentemente ha detto in una conferenza il prof. Gian Mario Anselmi.

Una parola anche su di lui: Anselmi insegna all’Università di Bologna, Letteratura italiana. Ha un rapporto privilegiato con Machiavelli che è stato il tema della sua tesi di laurea. Ora è uno dei massimi esperti di Machiavelli, e non solo in Italia.

Anselmi ha dunque detto che Machiavelli non è machiavellico. Per noi machiavellico è sinonimo d’un agire, soprattutto politico, basato su espedienti, maneggi volti al raggiungimento di uno scopo immediato. Machiavellico è il politico di piccolo cabotaggio, che non ha orizzonti ampi, che non analizza la situazione generale. Insomma proprio il contrario del pensiero di Machiavelli, che si occupa della politica alta, della politica che governa per il bene comune.

L’equivoco forse nasce dal fatto che Machiavelli disse, primo fra tutti a essere così cosciente e chiaro, che la politica non è utopia, cioè non è una bella realtà immaginaria, ma è la realtà effettuale, cioè quella che “accade”. Chi governa deve sapere qual è la società reale che ha di fronte, deve conoscere l’uomo, l’uomo che in sé ha la razionalità umana e l’istintualità della bestia.

Anche psicologo prima di Freud il nostro Machiavelli! Per primo dice una cosa scandalosa e senza dare giudizi morali: dice che noi tutti siamo ragione e istinto e che il politico deve tenerne conto, e anche il politico è ragione e istinto! (Ma questo nella politica odierna italiana è piuttosto evidente).

Machiavelli però non è uno spregiudicato “faccendiere”, da nessuna parte Machiavelli ha mai scritto che il fine giustifica i mezzi. Frase semplicistica che gli viene attribuita e che invece meglio si adatta alla politica odierna, italiana e non solo.

Mentre scrivo, ripensando alla bella conferenza del prof. Anselmi, mi viene in mente che l’Italia è proprio il paese dei contrasti: abbiamo il primo grande teorico della politica del mondo occidentale e abbiamo i faccendieri, sono così nostri che il termine è intraducibile!

Chissà quanti sedicenti politici italiani hanno letto il Principe, e sì che è stato tradotto all’estero persino più della Divina Commedia. Il professor Anselmi spesso viene invitato all’estero a parlare del Rinascimento italiano, un miracolo, e di Machiavelli. Ne ha parlato anche in Giappone, non in un seminario di occhialuti e vetusti letterati, ma tra giovani studenti di ingegneria. Perché il Principe è un libro spesso dato in “dotazione” ai manager stranieri.

Chissà che non venga voglia di leggerlo anche a noi: magari la lettura del Principe ci aiuterebbe a rivalutare la politica, l’arte del governo, non in un mondo utopico, ma nella realtà effettuale, la nostra.

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