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La violenza che acceca: Arancia meccanica e Sofocle

Scritto da Maria Rosa Pantè il 08.11.2017

La violenza che acceca: Arancia meccanica e Sofocle

(Tarantino e Omero)

Ho avuto occasione di recente di riflettere sul film Arancia meccanica di Kubrick, tratto dal libro di Burgess. Il film è noto a molti, un film di culto si potrebbe dire. Narra la storia di una banda di uomini che fa violenza gratuita e gode della crudeltà inflitta. Il capo della banda viene arrestato e pur di sottrarsi al carcere accetta un programma governativo sperimentale per guarire dal desiderio di violenza. Il programma consiste nello stare immobile, con le palpebre forzatamente aperte a vedere filmati di violenza terribile con musica, bellissima, che stride con le immagini: per esempio la IX sinfonia Beethoven, la Gazza ladra di Rossini.

Quando il programma finisce il protagonista ogni qualvolta si accinge a fare del male prova una forte nausea e dunque da carnefice diventa vittima. Subisce un azzeramento del suo libero arbitrio.

La cura dunque consiste nell’essere forzati a vedere atti di violenza, questo mi ha fatto pensare alla dialettica fra vedere e non vedere e alla differenza fra Arancia Meccanica e tanti film che ostentano violenza in confronto al teatro tragico greco.

Come s’è detto il troppo vedere, l’essere costretti a vedere le atrocità provoca una vera lobotomia nel film di Kubrick (non nel romanzo, almeno nella stesura per l’Europa dove si appiccica un finale più speranzoso).

Oggi, con la tv e internet, pare che tutto si debba vedere perché esista. Ma anche un tempo era così, storia alla fin fine viene dalla stessa radice del verbo latino video, vedere, sapere. (Video a sua volta deriva da una radice greca, legata a una radice sanscrita, insomma si va un bel po’ indietro nel tempo).

Vedere è un senso molto umano, altri animali usano di più udito od olfatto. Noi abbiamo perduto molto proprio perché siamo visivi, il che ci viene anche dalla nostra posizione eretta…

Eppure, nonostante queste considerazioni, ci sono nella letteratura greca altri modi per far vedere: si fa vedere qualcosa con le parole.

L’azione dello spettatore del teatro greco (e a maggior ragione di chi ascoltava gli aedi, i poeti delle corti dell’antica Grecia declamare i poemi omerici e non) non è guardare ma ascoltare.

Guardare in Arancia meccanica (nel film) annichilisce l’uomo, la sua possibilità di scelta fra il bene e il male, proprio il contrario di quello che vuol ottenere il teatro greco, almeno secondo Aristotele, il filosofo che è stato il massimo teorico di quel teatro.

Nella Poetica egli descrive così l’azione del teatro: vedere cosa accade a un personaggio tragico suscita pietà e paura nello spettatore che si sente così purificato dalle sue passioni peggiori. Grazie a questa catarsi può diventare un uomo (donna, bambino/a, schiavo/a) migliore, cioè un cittadino migliore.

Vedere, ma fino a un certo punto. Nel teatro greco l’azione cruenta non si esibisce mai.

C’è da chiedersi se questo diminuisce il pathos o lo aumenta. Se vedere tutto è più atroce e terribile che immaginare, ascoltando delle parole.

Appunto vedere non vedere è questione anche di saper usare le parole.

Prendiamo i due momenti clou dell’Edipo re, l’eroe che il destino porta a compiere due gesti terribili: uccide il padre sena sapere che è suo padre, sposa la madre senza sapere che quella è sua madre. In seguito a una pestilenza, Edipo che è re di Tebe cerca di capire perché il dio ha mandato la pestilenza e scopre così di essere lui, con le sue colpe involontarie, ad aver ammorbato la città e così… si acceca. Mentre prima di lui, la madre/moglie Giocasta si era già suicidata impiccandosi.

Non vediamo questi due atti terribili (eppure avremmo potuto), ma ascoltiamo il poeta, Sofocle, (nella traduzione di un altro poeta Salvatore Quasimodo):

 

Messaggero

S’è uccisa ma ciò che più addolora è già lontano,

e non lo vedrete mai. Io, di quello che ricordo,

posso dirvi le pene dell’infelice donna.

Appena nella reggia, accesa di dolore,

fu nella stanza nuziale, strappandosi i capelli;

e rinchiusa la porta invocava l’uomo

morto da lungo tempo, Laio. (…)

E malediceva il letto

dove erano nati il nuovo sposo e i nuovi figli.

Io non vidi la sua morte perché Edipo

venne urlando e noi lo guardavano

andare qua e là chiedendo un’arma

e il luogo dove trovare Giocasta, madre e sposa.

Non fummo noi a dirlo ma un dio nemico.

Allora Edipo (sembrava che qualcuno lo guidasse),

con un urlo tremendo si lancia sui battenti della porta,

li scrolla dai cardini e si precipita dentro la stanza.

Dall’alto vedemmo pendere Giocasta, il collo

era avvinto da un forte laccio ricurvo.

E appena l’infelice la vide, ululando,

allentò il laccio che la teneva appesa

e quando quel corpo fu a terra, che spettacolo atroce!

Allora Edipo strappa da quelle vesti

I fermagli d’oro, che erano ornamento,

e con essi, delirando, si trafigge gli occhi. (…)

Così gridava e, sollevando le palpebre, più volte,

colpiva gli occhi. E il sangue delle pupille

colava sulle guance, non a stille dense

ma giù come pioggia nera di grandine e di sangue.

Ecco. Ve lo siete immaginato?

Vi fa un certo effetto? Quel sangue che cola dalle orbite come grandine? Sentite il dolore proprio lì, agli occhi?

Un altro aspetto è che la violenza esibita, iperbolica, esagerata diventa grottesca, diventa il pulp, quel filo rosso dei film di Tarantino (e molti altri) non è una invenzione nostra, ma anche questa, sì anche questa si può ritrovare per esempio nei poemi Iliade e Odissea, scritti da Omero, il poeta cieco, intorno all’VIII secolo a.C. Ci bastino due episodi.

Come si muore nell’Iliade? Un esempio dal libro IV

Per primo colpì sul cimiero dell’elmo dorato,

e trapassò la fronte e penetrò nell’osso

la punta di bronzo

Questo, Odisseo, irato per il suo compagno colpì di lancia,

alla tempia; da parte a parte passò

la punta di bronzo…

Piròo e lo ferì all’ombelico, di lancia tutte

si riversarono a terra le interiora

Un crescendo di orrore, cui si ribella la natura, il fiume, divinizzato, fatto rosso del sangue degli uccisi si muove in battaglia; i cavalli piangono… i cavalli anche muoiono in verità.

Quando la violenza diventa troppa, è grottesca, non in Omero, prendiamo l‘episodio di Polifemo (narrato nell’Odissea), il gigante che ha un unico occhio in mezzo alla fronte, nella cui casa capitano Ulisse e i suoi. L’accoglienza non è delle migliori, Polifemo infatti divora i compagni di Ulisse ecco la scena:

(…) ma con un balzo sui miei compagni le mani gettava

e afferrandone due, come cuccioli a terra li sbatteva,

scorreva fuori il cervello e bagnava la terra.

E fattili a pezzi, si preparava la cena;

li maciullava come leone montano; non lasciò indietro

né interiora, né carni, né ossa o midollo.

(…)

Disse e s’arrovesciò cadendo supino, e di colpo

giacque, piegando il grosso collo di lato: lo vinse

il sonno che tutto doma: e dalla gola vino gli usciva,

e pezzi di carne umana; vomitava ubriaco.

Un pezzo mica male quanto a realismo e a crudezza. Omero non scherza anche quando descrive come Ulisse e i suoi riescono a rendere cieco il gigante, grazie a un palo arroventato che gli ficcano nell’unico occhio, mentre lui ubriaco dorme. E fanno così:

Essi, alzando il palo puntuto d’ulivo,

nell’occhio lo spinsero: e io premendo da sopra

giravo, come un uomo col trapano un asse navale trapana (…)

così ficcato nell’occhio del mostro il tizzone infocato,

lo girammo, e il sangue scorreva intorno all’ardente tizzone;

arse tutta la palpebra in giro e le ciglia, la vampa

della pupilla infuocata; nel fuoco le radici friggevano.

(…) Odissea libro IX

Curiosamente mi accorgo di aver scelto due scene di accecamento!

Per concludere, è evidente che l’essere umano (homo sapiens) che la faccia vedere o sentire, purtroppo è in grado di esercitare una violenza che pare insopportabile. Eppure qualcuno deve subirla e ne muore: ci sono i lager, i campi profughi oggi in Libia, ci sono gli allevamenti intensivi di animali inermi.

Il male quasi inimmaginabile esiste e oggi in Europa e negli USA le vittime sono gli animali. E non è grottesco è dolore e basta.

 

 

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