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La compassione

Scritto da Maria Rosa Pantè il 07.10.2013

La compassione secondo i Greci, perché quando tanti tanti tanti morti suscitano per lo più paura e fastidio bisogna andare alle radici della nostra cultura.

Partiamo da Omero, Iliade.

Siamo ormai alla fine della guerra che contrappone gli Achei, il cui eroe più valoroso è Achille, ai Troiani. Proprio Achille ha appena ucciso in duello il guerriero più forte dei nemici, cioè Ettore, figlio del re di Troia, il vecchio Priamo. Poiché l’eroe troiano aveva ucciso in duello l’amico più caro del terribile Achille, questi, per vendicarsi, non solo ha ucciso Ettore, ma ha fatto scempio del suo cadavere e non l’ha restituito alla famiglia. In questo modo l’anima del defunto vagherà in uno spazio al limite tra aldilà e terra e non avrà pace. Questo fatto tormenta oltre misura l’anziano Priamo: gli hanno ucciso quasi tutti i figli, e ne aveva 100, la morte di Ettore è certo preludio alla fine di Troia, ma soprattutto il figlio più amato giace insepolto. 

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Priamo allora, complice l’aiuto di un dio, decide di recarsi, da solo, all’accampamento degli Achei e di andare a implorare direttamente il nemico più sanguinario, il valoroso Achille. Reso invisibile dal dio Ermes, penetra nell’accampamento e arriva fino alla tenda d’Achille. Priamo, tornato visibile, si prostra davanti al giovane guerriero, implora pietà, arriva addirittura a baciargli le mani che sono ancora sporche del sangue dei suoi figli.  

Achille, nel vederlo subito si meraviglia, poi prova compassione, perché in lui vede l’anziano padre, Peleo, che ha lasciato in patria e se lo immagina solo, vecchio, senza il sostegno del figlio andare mendicando chissà dove. Così fa alzare Priamo, piange insieme a lui; lo invita alla sua tavola e alla fine gli concede il corpo di Ettore che così potrà essere sepolto e trovare la pace.

Dove sta la compassione?

L’intero brano si trova nel libro XXIV dell’Iliade, ai versi 477-524. I versi più significativi riguardo alla compassione sono:

v. 503, Priamo dice ad Achille:  “Abbi piètà di me, pensando al padre tuo”.

v. 516 Achille osserva Priamo, “commiserando la testa canuta”

Tutto il brano è però giocato sul sentimento della compassione, cioè del “sentire insieme”, del provare insieme una quasi identica emozione (il più delle volte si tratta di un dolore).

Cos’è la compassione secondo i Greci?

Omero ha usato due termini per indicare il sentimento della compassione. Priamo che dice “abbi pietà di me” usa il verbo elehw, deriva dal sostantivo greco che indica la pietà. Secondo il filosofo greco Aristotele, vissuto molto tempo dopo Omero, al centro della esperienza della tragedia ci sono il terrore e anche la pietà per quanto avviene sulla scena; questi due sentimenti portano alla catarsi, alla purificazione dello spettatore.

Il termine che usa Achille, commiserare, cioè oikteirw, deriva da un sostantivo che significa compassione, pietà, ma anche lamento, gemito. Insomma l’elemento che determina il sorgere della compassione è la condivisione della sofferenza, l’aver esperito una sofferenza uguale a chi ci sta di fronte oppure la capacità empatica di metterci nei suoi panni.

Nella tragedia di Sofocle “Elettra” si narra la vicenda dei due fratelli Elettra e Oreste, figli di Agamennone e di Clitemnestra. Clitemnestra ha ucciso Agamennone al suo ritorno da Troia, Oreste è stato allontanato dalla città, Elettra invece è rimasta e medita di vendicare il padre. Per fare ciò spera nel ritorno del fratello. Oreste in effetti giunge ad Argo, ma si finge un altro, un amico che porta con sé un’urna, in cui, egli dice, sono le ceneri di Oreste. Quando incontra Elettra, questa appena vede l’urna scoppia in lacrime. 

Oreste nel vedere il dolore della sorella piange lui pure, allora Elettra gli dice: “Perché, straniero, mi guardi così e mi compiangi?”.

Quando lo straniero le dice che l’ha riconosciuta Elettra si stupisce e gli chiede come abbia fatto. Allora lo straniero, cioè Oreste, risponde: “Vedendo su di te i segni di molti patimenti“.

Ecco che ancora al tema della compassione si accompagna il tema del dolore. Elettra gli narra le sue pene e gli dice: “Tu sei l’unico che finalmente ha compassione di me“.

Oreste allora afferma: “L’unico infatti che ti avvicina soffrendo i tuoi dolori come suoi“.

Questo è davvero il succo della compassione, secondo i Greci, e anche secondo l’uomo di oggi: soffrire i dolori di un altro come se fossero i propri!

 

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