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Tre piccole storie di ribellione

Scritto da Maria Rosa Pantè il 14.07.2015

Tre storie di disobbedienza a qualcosa che pare ineluttabile: legge, consuetudine, tradizione.

Tre storie belle. Tre storie buone, la parola chiave è buone e, per questo, difficili da dire, preziose, da custodire.

Prima storia. Pamplona. Una volta l’anno si lasciano liberi i tori nelle vie della città e bande di esseri umani si fanno inseguire dai tori e li provocano e succede un caos, con l’adrenalina folle umana e la furia coatta dei tori, obbligati in un certo senso a correre. Obbligati no. Quest’anno un toro non corre, guarda la folla e si gira. Un toro fifone. Ebbene evviva il toro fifone, evviva la paura quando fa fare scelte sagge. Evviva il toro fifone che rompe la tradizione bestiale di uomini e tori che si fanno del male. E peggio va per i tori. Ode al toro prudente che sia d’esempio, ribellarsi si può, si deve. Anche se pare un atto di timidezza, non correre è un atto di coraggio, che il toro in questione ne sia consapevole o meno.

Seconda storia Nepal, sacrifici di animali nel tempio. Purtroppo è così, ancora accade. Anche da noi però, i macelli, gli allevamenti lager. Non giudichiamo gli altri.

Che poi mi faccio orrore da sola a scrivere noi, gli altri. Ma basta.

Bambino di tre anni ignaro va al tempio con una capretta. La sua capretta. La sua compagna anche probabilmente durante le terribili scosse del terremto. La sua amica capra, per fortuna l’amicizia è una cosa trasversale, si propaga di specie vivente in specie vivente. Il bambino appena cercano di portagli via la capretta, la sua amica, piange, urla: “No, No, No”. E salva col suo pianto la capretta. Il bambino chissà cosa farà da grande, forse diverrà un attivista dei diritti animali o forse no. Ma lui una vita l’ha salvata. Si è ribellato alla tradizione. Ribellarsi per amore. Forse motivo più potente di ribellione non c’è.

Terza storia. In Canada una guardia forestale deve uccidere due cuccioli di un’orsa che è già stata abbattuta perchè saccheggiava una cella frigorifera. Ma i due cuccioli indifesi perché ucciderli? La guardia non li ammazza, li porta in un luogo dove gli orsetti sono al sicuro e verranno rimessi in libertà. Questa guardia mi ricorda il pastore che non uccise Edipo e altri che hanno salvato bambini indifesi… come Romolo e Remo o Mosè. Leggende di eroi.

Ma mi ricorda anche l’opposto: chi fece uccidere migliaia di esseri umani perché glielo avevano ordinato: la banalità del male. Quest’uomo ha disubbidito, ha seguito un altro impulso, ha salvato due cuccioli indifesi. É stato materno, anche se è un uomo, ha disubbidito. Ma, come ebbe a dire don Milani a proposito degli obiettori di coscienza: “L’obbedienza non è più una virtù”. Una frase che mi piace molto, come mi piace Antigone (che anche Tsipras, il povero Tsipras ha citato proprio sul tema delle leggi e di quando bisogna ubbidire e quando invece è un dovere il disubbidire).

La guardia è stata lasciata senza stipendio, ma certo si troverà il modo di reintegrarla. La sua è la disobbedienza del giusto, di chi non può vedere la sofferenza degli altri, di chi non sa essere complice, di chi antepone la vita a qualsiasi legge.

Vorrei essere così nella mia vita: prudente come il toro di Pamplona, piena d’amore come il bambino nepalese e giusta, la giustizia dei misericordiosi, una giustizia buona.

Ecco ho un programma di vita.

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