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Quanto è (in)utile profilare l’intelligenza non terrestre

Scritto da Annalisa Arci il 01.02.2014

È appena stato pubblicato su Acta Astronautica un articolo molto discutibile sull’intelligenza non umana. Se si parlasse di forme di comunicazione e di “pratiche sociali” nei bonobo, nei delfini oppure in alcune specie di volatili non avrei nulla da dire. Leggerei con molto interesse. Invece, già dal titolo, si precisa che il tentativo di “profilare” l’intelligenza non umana è utile per sviluppare “strumenti concettuali” in grado di descrivere anche altri tipi di intelligenza, sia sulla Terra che altrove. Per di più, questi profili potrebbero fornirci una nuova prospettiva (!) su come potrebbero vederci degli alieni se ci facessero visita (!!).

Come la penso su questo tema un po’ lo sapete già, visto che ne ho parlato in SETI e la cospirazione delle forze fondamentali. Prima di approfondire alcune cose che altrove ho solo accennato, vi spiego un po’ il contenuto dell’articolo di Denise L Herzing (docente di scienze biologiche in Florida) iniziando dalle sue parole riportate dagli autori del blog io9.com. La Herzing dice che “storicamente abbiamo sempre studiato l’intelligenza comparando abilità linguistiche e cognitive degli umani con quelle degli altri animali. I primati, con un’anatomia molto simile alla nostra, e la stessa storia evolutiva, sono da sempre i più studiati. Tuttavia, quando confrontiamo animali di origine diversa da quella dei primati, la nostra capacità di esaminare e capire il loro potenziale intellettivo resta inadeguata”.

Questi dischi sulle sonde Voyager sono quello che un'eventuale civiltà aliena potrebbe avere per decifrare se noi siamo o no intelligenti secondo i loro parametri. Credit: NASA

Fotografia dei messaggi incisi sui dischi sulle sonde Voyager. (Credit: NASA).

Quello che la Herzing sta cercando di sostenere è, in sintesi, questo: gli animali hanno capacità fisiche molto diverse tra loro e questo porta inevitabilmente allo sviluppo di capacità psicologiche e cognitive divergenti; ma l’aspetto più interessante della questione sembra essere che anche in quei casi in cui le differenze sono minime o trascurabili, come tra noi e gli scimpanzé, ci può essere comunque uno scarto notevole sul piano cognitivo. Per esempio, gli scimpanzé paiono più abili di noi nei test mnemonici. Su questa base l’autrice dello studio sottolinea che l’intelligenza non-umana è sempre stata esaminata da sei principali punti di vista. Ve li elenco per completezza: misurazioni fisiche, osservazioni e misurazioni sensoriali, estrapolazione dei dati, sperimentazione, interfacce dirette, interazioni accidentali.

Diventa a questo punto semplice comprendere come questi schemi siano “human-based”: in pratica noi concettualizziamo quei tratti tipicamente umani dell’intelligenza e cerchiamo, usando anche il metodo comparativo, di capire come profilare (ma spero proprio non definire) l’intelligenza non umana, sottovalutando troppo spesso la debolezza insita in questo metodo. A parte questo, la Herzing a mio modo di vedere si spinge troppo in là come chiunque tenti di valutare l’intelligenza in sé. VI dico subito che l’intelligenza in sé è un concetto vuoto, un modo di fare cattiva filosofia e cattiva scienza. Ma andiamo con ordine.

Ascoltiamo ancora un po’ la Herzing: “la nostra abilità per classificare tipi diversi di intelligenze che differiscono su una varietà di scale è ancora molto debole. […] Proprio come i biologi allargano le loro definizioni riguardo alla vita, per includere anche agli estremofili che vivono in condizioni inaspettate, così anche noi dovremmo allargare le nostre descrizioni di tipi di menti e iniziare a descrivere invece di cercare uguaglianze con altre forme di vita”. A questo proposito, Herzing ha proposto un nuovo approccio per descrivere una varietà di intelligenze non umane insieme alle molteplici determinazioni che le definiscono. Il catalogo presentato si compone da alcune linee guida principali e si chiama COMPLEX (COmplexity of Markers for Profiling Life in EXobiology).

Insieme ai biologi Lori Marino e Kathryn Denning, Herzing ha creato una classifica di alcune intelligenze sul nostro pianeta, e quello che è venuto fuori è che i delfini hanno un buon livello in quasi tutte le categorie sopra, mentre api e macchine eccellono in segnali comunicativi e complessità sociale. I microbi invece eccellono nella categoria interazione interspecie. Le caselle rosse indicano gli aspetti più interessanti delle varie specie. Credit: Marino/Denning/Herzing

Grafico riportato nell’articolo a dimostrazione dell’esistenza di una relazione tra intelligenza e comportamento interattivo nella collettività. (Credit: Marino/Denning/Herzing).

In base a questa prima parte dello studio, la ricercatrice ha esposto cinque diversi profili di intelligenze: 1) The Party Animal: cervello grande, comunicativo, molto interattivo socialmente (alto potenziale per le interazioni sociali). 2) The Accountant: cervello grande ed orientamento dettagliato (un alto potenziale per interazioni specializzate). 3) The Loner: cervello grande, comunicativo ma non-sociale (potenziale medio per interazioni individuali). 4) The Crowd: comunicativo e integrato (potenziale basso per interazioni individuali). 5) The Busy Body: morfologia orientata verso i dettagli e l’autorità (furbo, ma basso potenziale per interazioni creative). Secondo la Herzing questo schema potrebbe essere utile per il programma SETI, per comprendere meglio forme di intelligenza legate agli estremofili e, infine, potrebbe aiutare per comprendere i meccanismi universali dell’intelligenza.

Il grafico mostra i profili delle varie tipologie di intelligenze identificate. (Credit: Morino/Herzing).

Veniamo a cosa ne penso di queste ricerche. Prima di tutto la Herzing dice cose sensate e risapute sul nostro modo di mappare l’intelligenza non umana. Sui metodi comparativi per studiare l’universo cognitivo dei non umani, sul fatto che sono “human based” e che è molto difficile percorrere strade differenti. Tutte cose che già sappiamo. Sappiamo anche che ci sono numerosi programmi di ricerca in biologia e zoologia comparata che studiano la genesi e lo sviluppo dei comportamenti sociali e dei metodi di comunicazione nelle specie non umane. Qualche esempio? I delfini hanno un quoziente di encefalizzazione molto alto (si tratta del rapporto tra la massa del cervello e quella che ci si aspetterebbe di trovare in un tipico animale della stessa taglia), e sappiamo che hanno un complesso sistema comunicativo. Le api e le formiche hanno dinamiche sociali complesse, per non parlare dei “comportamenti adattativi” dei batteri (molti batteri sembrano avere più cervello di molte persone che ho conosciuto). Fin qui, tutto bene. Quello che mi sembra a dir poco discutibile è, come vi accennavo, il passo seguente. 

In dettaglio, “come i biologi allargano le loro definizioni di vita, così noi dovremmo allargare le nostre descrizioni di tipi di menti”. Resta il beneficio del dubbio su quali possano essere le reali intenzioni dell’autrice; per ora non posso fare altro che soffermarmi sulle sue parole. Definire e descrivere, vita e mente, concetti chiamati in causa senza alcun rigore e, forse, con troppa leggerezza. Definire qualcosa – poniamo X – significa riportare nella spiegazione di X le sue caratteristiche essenziali, quelle determinazioni che X non può in nessun caso perdere senza perdere la sua stessa natura e smettere di esistere (questo tipo di definizione è stata originariamente introdotta da Aristotele e non è una semplice definizione nominale, in quanto è utile nelle scienze per delimitare che genere o tipo di oggetto ho di volta in volta di fronte)

Ancora una volta è Aristotele nel De anima che offre diverse definizioni di vita a seconda del grado di complessità degli organismi: semplificando, vivere significa respirare, nutrirsi e riprodursi (capacità che fanno capo all’anima vegetativa e a varie classi di organismi di media complessità). Vivere significa anche respirare, nutrirsi, riprodursi e percepire (capacità che fanno capo all’anima sensitiva e agli animali non umani). Vivere significa anche tutte le cose dette in precedenza più il pensiero: ecco l’anima razionale degli umani. Ovviamente oggi possiamo dare delle definizioni di vita molto più complesse tanto è diventata complessa la nostra conoscenza delle facoltà chiamate in causa. Ma il principio secondo me non cambia e il metodo di Aristotele è quello corretto.

Possiamo “giocare” con le nostre definizioni di vita allargandole e restringendole ma non abbiamo mai a che fare con concetti in sé, o universali, né con concetti in grado di farci rimodulare le descrizioni delle facoltà corrispondenti. Semmai accade il contrario. Intendo dirvi che inventarci nuove definizioni di vita, o studiare gli estremofili, non ci aiuta a capire meglio la nozione di mente – che, come sapete, è un grosso problema per filosofi, neurobiologi e studiosi dell’Intelligenza Artificiale almeno dai tempi di Gylbert Ryle in avanti. Siamo l’unica specie che possiede l’autocoscienza, la consapevolezza di noi stessi e di ciò che ci circonda: e ne sappiamo ancora così poco, come sappiamo così poco del rapporto mente-cervello che sviluppare “strumenti concettuali” per studiare le menti extraterrestri (cose che non abbiamo mai visto né forse incontreremo mai) mi sembra vaga speculazione, solo un esempio di cattiva scienza (e cattiva filosofia).   

Paper di riferimento:

Denise L Herzing, Profiling nonhuman intelligence: An exercise in developing unbiased tools for describing other “types” of intelligence on earth, in “Acta Astronautica”, vol. 94, 2, (2014), pp: 676–680.

Se qualcuno volesse leggersi il De anima di Aristotele, la migliore traduzione italiana è quella di Giancarlo Movia, edizione Bompiani. 

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