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Diritto alla felicità

Scritto da Maria Rosa Pantè il 14.11.2011

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Quanto scritto sopra è parte dell’articolo 3 della Costituzione italiana. Mi interessa molto in questi giorni, ci sto meditando, lo rimugino insieme a pensieri sulla crisi, sul produrre, su Monti o non Monti, non in sé considerato, ma in quanto rappresentante di un pensiero economico ben preciso.

Lo scopo della Repubblica, fondata sul lavoro e democratica, è anche questo: “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Pieno sviluppo che, nel rispetto di regole condivise, è diverso per ognuno di noi.

Questa idea, che in altre costituzioni è chiamata diritto alla felicità, che pone al centro il benessere dell’individuo, è certo recente, frutto di un cammino storico e culturale importantissimo; il fatto che sia stata sancita è già un grosso passo avanti; il fatto che oggi moltissimi la rivendichino è un assaggio del futuro. Ma certo a tutt’oggi questo diritto è sostanzialmente disatteso non solo dalla politica, ma anche e soprattutto dal sistema economico e poi, a sorpresa, è disatteso persino da noi, da tutti noi cittadini in particolare del mondo occidentale, la culla di un certo tipo di sviluppo.

Per quasi tutti, infatti, pare che per essere felici, per realizzarsi, ciò che conta sia possedere (e dunque di converso produrre). È la società dei consumi, si sa. Dunque l’equivoco è alla base: essere felici vuol dire avere tante cose (materiali e non)? Rispondiamo tutti di no, ma in fondo in fondo pensiamo che possedere sarebbe un buon aiuto verso la felicità.

E se possedere vuol dire lavorare come muli, non avere tempo per sé, sacrificare gli affetti, le gioie più semplici, pazienza. Saremo felici dopo, quando avremo questo e poi questo e poi quest’altro.

L’equivoco è qui, il sentire comune va contro la spiritualità, la filosofia: non possedere, non avere attaccamenti è da sempre il modo più certo per essere liberi e anche felici o quanto meno sereni.

Ma il sentire comune sente cose ben diverse: possedere è il segreto, desiderare è vivere, avere è indispensabile. Perché? Questo è il punto che mi tormenta. Siamo indotti e manipolati al consumo compulsivo o siamo proprio fatti così? C’è la possibilità di uscire da questa logica o comunque la riprodurremo all’infinito con alcune luminose eccezioni?
Domanda senza risposta, magari si scoprirà qualche area del cervello che spiegherà perché essere felici, per molti, alla fine voglia dire avere tante cose, ma intanto…

Io penso che c’entri anche il desiderio di immortalità. Il distacco, la nudità sono avvicinati all’idea della morte, l’essenza è lì, l’ineludibile fine. Possedere invece è come una corazza che tiene in vita, nella psiche avere tanto è vivere. Pensiero erroneo, secondo me, ma molto diffuso, o almeno così mi pare. Sono ipotesi le mie. Resta il fatto che essere felici o almeno realizzati è un diritto inalienabile di tutti, ma chissà perché lo rivendichiamo ancora troppo poco.

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