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Claude Lévi-Strauss. Una vita tra miti e tolleranza

Scritto da Alba Fecchio il 18.05.2012

Alba del pensiero - rubrica settimanale di filosofia e naturaSiamo giunti a parlare di una delle personalità più importanti dello Strutturalismo: Claude Lévi-Strauss.

Lévi-Strauss nasce in terra belga, a Bruxelles, da genitori francesi. Si forma a Parigi e si laurea in filosofia nel 1931. I suoi interessi però si spostano ben presto verso l’antropologia. Compie molti viaggi, il più importante e formativo fu quello al Mato Grosso, nel 1938, grazie al quale viene a contatto con i veri “selvaggi”. L’anno seguente torna in Francia, ma nel 1941 è costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti, dove inizia a insegnare a New York. Entra in contatto con l’antropologia americana e stringe amicizia con Jakobson. Si affaccia alle teorie strutturaliste.

Claude è convinto che, anche e soprattutto negli studi antropologici, sia necessario utilizzare un pensiero che si rifaccia alla matrice strutturalista: si deve costruire un Modello, e da lì partire. I modelli sono l’unico mezzo tramite cui, secondo Lévi –Strauss- è possibile andare oltre l’osservazione immediata, al cuore delle questioni. I modelli, poi non sarebbero né costruzioni rigide e perfettamente rispondenti alla realtà, né costrutti soggettivi. I modelli sono necessari perché hanno un valore oggettivo e riescono a spiegare quelle strutture che formano lo scheletro portante della logica del reale. In modo molto più semplice, si può affermare che senza una struttura di riferimento è impossibile trovare quelle teorie valide per il mondo intero. E’ evidente l’enorme spinta universalista nel discorso di Claude e un rifacimento neppure troppo velato al buon vecchio idealista Hegel.

Lévi-Strauss rivolge i suoi studi, per molto tempo, ai miti. Da questi anni di fatica nasce quella che può essere considerata la sua opera più importante: Mythologiques. In esso il nostro autore cerca di analizzare tutte le varianti di uno stesso mito nei gruppi etnici tra Nord America e il Circolo Artico. La domanda è scontata: perché i miti si presentano tutti così simili, anche in angoli di territorio così lontani?
La risposta di Claude è che i miti non siano come sostiene Adorno o Nietzsche espressioni di sentimenti o spiegazioni pseudoscientifiche di fenomeni naturali o riflessi di istituzioni sociali. Hanno però delle regole logiche ben precise e ricorrenti. Lévi-Strauss sostiene che il mito sia “L’espressione dell’attività inconscia dello spirito umano che si strutturi nel linguaggio”. Non sarebbe così l’uomo a creare consciamente un mito, ma “il Mito a crearsi negli uomini, del tutto a loro insaputa”.

Più tecnicamente, il mito lavora per generalizzazioni, paragoni o analogie: gli elementi base si combinano, costruiscono storie variabili che però hanno elementi sempre costanti. Nel modo di lavorare del Mito si può intravvedere una mentalità che è da considerarsi pre-logica di tutti quei popoli primitivi che si servivano dei miti per educare e per tramandare conoscenza. L’esempio più evidente è il tema dell’incesto. L’incesto in tutte le culture è aborrito, e il mito riflette quest’idea contraria all’endogamia. Il motivo è semplice: salute per la progenie e necessità di instaurare relazioni sociali al di fuori del nucleo famigliare originario. La proibizione dell’incesto segnerebbe per Lévi-Strauss il passaggio dell’umanità dallo stadio primitivo a quello di società organizzata.

Lévi-Strauss, poi, lancia un accorato messaggio di tolleranza: ogni forma di etnocentrismo è errata. Ogni cultura, infatti, realizza soltanto alcune delle “potenzialità umane”. La storia di una determinata nazione, o di una parte del mondo, é solo la conseguenza diretta di alcune scelte degli individui.
Non esiste superiorità o inferiorità, solo diversità che deve essere rispettata come Plus-valore. E ciò non vale solo per le nazioni, ma anche per i singoli individui. Giovedì 17 Maggio si festeggiava la giornata contro l’Omofobia. Ritenevo necessaria la menzione e l’attenzione nei confronti di questo grande filosofo e umanista. Gli dobbiamo molto.

Il film che vi consiglio questa settimana è Milk, di Gus Van Sant.

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