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La vita avrebbe potuto sopravvivere ad una caduta sulla Terra?

Scritto da Leonardo Debbia il 14.09.2013

Sembrava più attenere alla fantascienza, ma la teoria della panspermia, per cui la vita potrebbe essersi trasferita da un  pianeta all’altro, è stata considerata una ipotesi seria e attendibile da parte degli studiosi del cosmo.

L’idea che la vita non abbia avuto origine sulla Terra, ma sia venuta da qualche altra parte (per esempio, da Marte) è una possibilità che non può escludersi senza valide argomentazioni.

Sia i pianeti che i satelliti sono stati pesantemente bombardati dalle meteoriti quando il Sistema Solare era giovane e molto materiale vagava nello spazio. Meteoriti di roccia marziana sono stati trovati occasionalmente sulla Terra; quindi è abbastanza plausibile che semplici forme di vita come i batteri abbiano potuto essere stati trasportati in questo modo.

Raffigurazione di un impatto di un asteroide sulla Terra (fonte: NASA / Don Davis)

Raffigurazione di un impatto di un asteroide sulla Terra (fonte: NASA / Don Davis)

Ciò nonostante, permangono seri interrogativi per i sostenitori di questa teoria.

Anche le forme di vita più resistenti sarebbero state in grado di sopravvivere alla potenza di un urto contro la superficie terrestre, un violento impatto che frantuma le rocce e le rilancia nello spazio? E avrebbero potuto attraversare indenni le gelide temperature e le radiazioni mortali dello spazio? E avrebbero potuto entrare nell’atmosfera terrestre e cadere sulla Terra senza restare uccisi dalle temperature elevate dell’attrito atmosferico?

Una nuova ricerca presentata al Planetary Science Congress Europeo di Londra, appena concluso, propone di rispondere almeno ad una domanda, cioè se l’ingresso nell’atmosfera e l’impatto con la Terra abbia potuto uccidere gli organismi semplici.

Utilizzando campioni congelati di Nannochloropsis oculata, un tipo di alga che dimora abitualmente nell’oceano, ma vive anche in acque dolci e salmastre, Dina Pasini, dell’Università di Kent, Regno Unito, si è proposta di verificare le condizioni di vita che questi organismi avrebbero dovuto affrontare viaggiando nello spazio.

Usando una pistola a gas leggero a due stadi, in grado di accelerare gli oggetti fino a velocità molto elevate, Pasini ha sparato cilindretti congelati di Nannocholoropsis in acqua e esaminato i campioni per vedere se qualcuno era sopravvissuto.

“Come ci si può aspettare, aumentando la velocità di impatto dovrebbe aumentare la percentuale delle alghe che muoiono”, spiega Pasini. “ma anche a 6,93 chilometri al secondo, una piccola parte è sopravvissuta. Questa velocità d’urto dovrebbe corrispondere a quella di un meteorite che colpisce la Terra”.

Data la sopravvivenza al congelamento dello spazio profondo e agli urti come quelli simili alle rocce espulse dai pianeti nel corso di collisioni con meteoriti, ci sono buone ragioni per ritenere che gli altri problemi connessi alla panspermia non siano del tutto insormontabili.

Va considerato che ghiaccio e rocce possono offrire protezione contro le radiazioni, specialmente se l’organismo è profondamente incorporato nella roccia vagante. Per di più, il riscaldamento causato dall’ingresso in atmosfera è probabile che interessi soltanto lo strato più esterno delle rocce, formando quello che è noto come ‘crosta fusa’.

Questa nuova ricerca suggerisce che la panspermia, anche se non provata e restando pura speculazione, non è nemmeno da escludere ‘tout-court’ perché ritenuta impossibile.

Ovviamente, al momento l’ipotesi resta affascinante, ma non liquidabile come ‘campata in aria’.  

“La nostra ricerca pone diversi interrogativi, e non di poco conto”, afferma Pasini. “Se trovassimo la vita su un altro pianeta, sarebbe da considerare aliena o sarebbe invece legata alla nostra? E se così fosse, sarebbe nata prima qui o là? In questo momento, non possiamo rispondere a queste domande, ma le domande non sono così peregrine come potrebbero sembrare”.

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