Gaianews

Wikileaks vs. Amnesty International

Scritto da Michele Donà il 11.08.2010

Wikileaks, il portale nato per diffondere senza autorizzazione documenti segreti di qualsiasi fonte, è recentemente tornato alla ribalta per quella che è stata definita senza mezzi termini la più grande fuga di notizie della storia del Pentagono. Si tratta della pubblicazione di oltre 90.000 documenti sulla guerra in Afghanistan, redatti dal 2004 al 2009 e trasmessi al “New York Times”, al “Guardian” e a “Der Spiegel”.

Si tratta di informazioni mai diffuse prima d’ora che riferiscono di attacchi e uccisioni di civili di cui nulla era trapelato dalle fonti ufficiali, tali rivelazioni mettono pure sotto una nuova luce i rapporti con il Pakistan che sembrerebbe fare un vero e proprio doppio-gioco, proclamandosi da una parte alleato degli Stati Uniti e contemporaneamente impegnato in azioni di intelligence contro le forze americane in Afghanistan.

Se da un lato si può approvare una simile rivelazione di documenti segreti in nome della libertà di stampa e in nome del diritto all’informazione, sorgono comunque dei dubbi sulle modalità di diffusione degli stessi: la pubblicazione indiscriminata di informazioni confidenziali rischia di mettere in serio pericolo le persone citate in tali documenti.
I rapporti “svelati” riportano infatti nomi e cognomi di agenti dei servizi segreti in zona di guerra ed è di conseguenza possibile identificare anche i loro collaboratori locali; appare quindi evidente come  tutti questi soggetti possano ora subire  repressioni e come la loro stessa vita sia in forte pericolo. Di conseguenza diventerà sempre più difficile ottenere la necessaria collaborazione da parte della popolazione locale che non vede più protetta la propria incolumità.

Tali aspetti negativi sono stati evidenziati immediatamente dal Pentagono, questa volta sostenuto pure da organizzazioni quali Amnesty International, CIVIC (Campaign for Innocent Victims in Conflict), Independent Human Rights Commission, OSI (Open Society Institute), e dall’ufficio di Kabul dell’ICG (International Crisis Group).
Il Pentagono e le sopracitate ONG accusano Wikileaks di aver commesso una notevole leggerezza nell’aver diffuso i rapporti senza omettere i riferimenti alle persone  e sollecitano una rapida operazione di “ripulitura” degli stessi.

Per contro Wikileaks, ha sollecitato la stessa Amnesty International a fornire personale per rimuovere i nomi dai documenti, AI ha replicato che le sue risorse non sono sufficienti per poter fornire aiuto in tal senso, suscitando l’immediata risposta su Twitter: “Il Pentagono vuole la nostra bancarotta rifiutandoci assistenza nella redazione dei documenti. I media non se ne prendono la responsabilità. E nemmeno Amnesty. Che fare?”.
In questa occasione però pare proprio che sia Wikileaks a non volersi prendere la responsabilità di aver aperto il vaso di Pandora, operazione che potrebbe rivelarsi un brutto colpo per il portale che con le sue affermazioni si sta certamente inimicando gruppi con cui dovrebbe collaborare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
  • Un lettore scrive:

    A quanto pare wikileaks ha palesato quello che molti dicono da decenni: che dietro alle guerre “americane” vi siano cumuli di menzogne. A parte questa considerazione, gli aspetti sollevati da questa situazione sono davvero rilevanti e potrebbero sfociare in un discussione quasi filosofica sull’etica dell’informazione. Il pubblico ha diritto ad essere informato su tutto? Vi sono ragioni legittime per nascondere qualcosa e se si, chi può decidere cosa è necessario celare e cosa può/deve essere pubblicato. Inoltre, in caso di gravi conseguenze dovute alla pubblicazione di determinato materiale, vi è responsabilità morale o materiale da parte di chi lo ha diffuso?