Cacciare la Grecia fuori dell’Europa vuol dire cacciare via la democrazia.
“Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro
dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; (…).
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
(…) Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
(Tucidide, Discorso di Pericle, “La guerra del Peloponneso” V sec. a.C.)
Cacciare la Grecia vuol dire cacciare la lucida analisi dei rapporti fra stati: dove spesso vige la legge del più forte. Come nel dialogo fra i Melii, messi in mezzo a una guerra che non hanno voluto, e gli Ateniesi, i vincitori.
MELII: Pure, la presente riunione è stata indetta per discutere della nostra salvezza, e la discussione si svolga, se vi piace, nel modo in cui ci invitate a discutere.
ATENIESI: Noi dunque non vi offriremo una non persuasiva lungaggine di parole con l’aiuto di belle frasi, cioè che il nostro impero è giusto perché abbiamo abbattuto i Medi o che ora perseguiamo il nostro diritto perché siamo stati offesi; ma ugualmente pretendiamo che neppur voi crediate di persuaderci dicendoci che, per quanto coloni dei Lacedemoni, non vi siete uniti a loro per farci guerra o che non ci avete fatto alcun torto. Pretendiamo invece che si mandi ad effetto ciò che è possibile a seconda della reale convinzione che ha ciascuno di noi, ché noi siamo certi, di fronte a voi, persone informate, che nelle considerazioni umane il diritto è riconosciuto in seguito a una uguale necessità per le due parti, mentre chi è più forte fa quello che può e chi è più debole cede.
(Tucidide, Dialogo degli Ateniesi e dei Melii, “La guerra del Peloponneso” V sec. a.C.)
Vuol dire cacciare la nostra riflessione sull’uomo. La nostra identità, persino i nostri complessi: Edipo di Sofocle. Vuol dire cacciare la scienza, la filosofia… Le nostre radici più forti.
E se la Grecia non fosse più in Europa, anche il nome Europa dovremmo cacciare, perché è greco.
Dunque non saremmo più nulla senza la Grecia, saremmo un insieme di economie, di interessi finanziari, di ciechi sull’orlo del precipizio.
Solidarietà alla Grecia qui.