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Butterfly effect, cambiamenti climatici e cultura della complessità

Scritto da Aldo Di Benedetto il 30.12.2014

Il 29 dicembre 1979, alla Conferenza annuale dell’American Association for the Advancement of Science, il fisico Edward Lorenz presentò una relazione dove, attraverso un’espressione figurata, sosteneva come il battito delle ali di una farfalla in Brasile, a seguito di una catena di eventi, potesse provocare un uragano nel Texas. L’insolita, quanto affascinante, relazione, assegnò il nome al cosiddetto butterfly effect o effetto farfalla. Tale metafora, rivelazione della Teoria del Caos, evidenzia come nella maggior parte dei sistemi biologici, chimici, fisici, economici e sociali, nello specifico, meteo climatici, esistano degli elementi, apparentemente insignificanti che, interagendo fra loro, sono in grado di propagarsi e amplificarsi, provocando effetti catastrofici. Secondo il modello studiato dallo scienziato, pertanto, è impossibile prevedere il comportamento che un sistema caotico avrà dopo un intervallo anche piuttosto breve. Finanche, variando anche di pochissimo le condizioni iniziali, il sistema potrà evolvere in maniera totalmente inaspettata.

Uragano Irene colpisce New York nell’Ottobre del 2011. Fonte: NASA

 

Nel corso degli ultimi decenni abbiamo assistito a un cambiamento radicale della vita sul Pianeta caratterizzato da diffusa interdipendenza sotto ogni profilo: economico, culturale, sanitario e sociale; tuttavia, molto spesso siamo incapaci di cogliere le interconnessioni tra le parti, tale per cui le conseguenze remote delle attività umane possono rivelarsi disastrose. David Orr, Professore di Studi Ambientali e Politica presso l’Oberlin College dell’Ohio, si domanda “quale conoscenza è necessaria per formare persone integre con una mente aperta che si uniscano alla lotta per un mondo umano e sostenibile”? Attraverso la realizzazione di un Programma di Studi per l’Alfabetizzazione Ecologica, l’obiettivo di Orr è dimostrare che la crisi della sostenibilità ha radici nei presupposti, ormai superati della scienza classica, che poi si estendono alla cultura, al senso comune, alle tecnologie, alle politiche pubbliche. Il più delle volte, i modelli della scienza ufficiale sono in grado di prevedere solo gli effetti diretti e immediati delle nostre azioni; un approccio, questo, che tende a separare ogni fenomeno, a studiarlo singolarmente, senza tener conto delle interazioni e interconnessioni con altri elementi. Infine si tende a generalizzare le conclusioni.

Come dimostrato, i modelli riduzionisti della scienza ufficiale non sono in grado di comprendere il corso e l’evoluzione degli eventi, come questi sono influenzati e come condizionano la resilienza dei sistemi umani, in altre parole la capacità di reagire a gravi avversità conservando le proprie funzioni. Ciò può portare al collasso con effetti boomerang e con gravi conseguenze per la vita sul Pianeta. Allora, un diffuso livello di alfabetizzazione ecologica presuppone l’adozione dei principi e della cultura della complessità secondo la quale le proprietà delle parti non sono qualità sostanziali, esse possono essere comprese unicamente nel contesto più ampio, attraverso lo studio dell’organizzazione del sistema. Le proprietà del sistema, quindi, nascono dall’interazione tra le parti e con l’ambiente. Philip Anderson, premio Nobel per la fisica nel 1977, nel noto articolo More is different sosteneva che “l’intero diviene non solo qualcosa di più, ma anche di molto diverso, rispetto alla somma delle parti”. Ebbene anche se possiamo distinguere singole parti, esse non sono isolate ma è la configurazione delle relazioni che determina la sua organizzazione e le caratteristiche e le qualità del sistema.

Sull’argomento anche il W.E.F. (World Economic Forum) nell’Agenda Globale del Consiglio sui sistemi complessi 2012-2014 sostiene che “la complessità sta alla base di questioni importanti che le persone devono affrontare ogni giorno”, come la fame, il consumo di energia, l’approvvigionamento idrico, la salute, il cambiamento climatico, la sicurezza, la crescente urbanizzazione, la sostenibilità, l’innovazione e l’impatto della tecnologia. Attraverso i settori pubblici, sociali e commerciali, vi è ora diffuso apprezzamento per la crescente complessità del mondo. Questi elementi costituiscono il dilemma del nostro secolo; per troppo tempo trascurati, essi sono venuti all’attenzione della scienza e della pubblica opinione negli ultimi decenni, messi drammaticamente in luce dai molteplici eventi catastrofici indotti dai cambiamenti climatici, così come verificato e confermato nel V Rapporto dell’I.P.C.C. (Intergovernmental Panel on Climate Change). Nelle premesse si sostiene che le attività umane stanno modificando il clima della Terra e gli effetti di tale modifica accadono ovunque con impatti negativi, che avranno forti ripercussioni sugli ecosistemi e sulle risorse naturali, sulla sicurezza alimentare, sulla salute dei cittadini, sull’economia e sull’ineguaglianza di genere, la marginalizzazione sociale ed economica, alimentando i conflitti e le migrazioni. Inoltre, precisa il rapporto, più ripetutamente si manifesteranno gli eventi climatici estremi che non potranno essere prevenuti, ma soltanto mitigati. Questi cambiamenti sono espressi in un incremento del forzante radiativo, termine adottato per valutare come i fattori antropici e naturali influenzino la tendenza al riscaldamento o al raffreddamento del clima globale.

Anche il Governo italiano, sulla scia del V Rapporto I.P.C.C. e delle direttive dell’Unione Europea, ha recentemente adottato la S.N.A.C. (Strategia Nazionale di adattamento ai cambiamenti), un documento importante che ha coinvolto rinomati esperti della comunità scientifica assieme a una vasta rappresentanza delle istituzioni nazionali e regionali, ma che ha avuto scarso rilievo presso la pubblica opinione. Il rapporto, che fornisce una visione nazionale su come affrontare in futuro gli impatti dei cambiamenti climatici in molteplici settori, evoca una strategia integrata tra le diverse istituzioni coinvolte e adeguate sinergie tra il Piano d’azione, che dovrebbe scaturire dalla SNAC, e i vari piani settoriali, da attuarsi attraverso un’efficace cooperazione tra le istituzioni ministeriali, regionali e municipali, il settore privato e la società civile. Ciò che tuttavia lascia perplessi nel documento si può desumere da quanto sottolineato nelle conclusioni dell’anzidetta “Agenda Globale sui sistemi complessi” redatta dal World Economic Forum: “Mentre non vi è una crescente consapevolezza di complessità, tra esperti e decisori politici non vi è alcun modo accessibile di portare il punto di vista della scienza della complessità nella discussione […] molti, nel descrivere, prendono nota di questa complessità; ma, nell’unicità del tempo presente, non hanno gli strumenti per rendere pienamente il senso della complessità e pensare a implicazioni per i sistemi di governance e leadership”.

Purtroppo le istituzioni, i ricercatori, i comuni cittadini sono ancora orientati alla semplificazione dei sistemi, dunque lo sforzo maggiore si concentra sulle parti e sui processi presi singolarmente, cui si da più valore. D’altra parte, la privazione di una moderna cultura della complessità ci rende incapaci di far fronte alla progressiva perdita di biodiversità e alle minacce che incombono sugli stessi processi sociali ed economici vanificando, nello stesso tempo, le politiche sulla sostenibilità.

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