Gaianews

Roberto Grossatesta teorico del … big bang

Scritto da Annalisa Arci il 15.03.2014

Leggo su New Scientist (e non solo) che Roberto Grossatesta (1168-1253 circa), prima docente di teologia nello studium francescano di Oxford dal 1229 al 1235, poi vescovo di Lincoln, sarebbe un “precursore” del multiverso e della moderna teoria del big bang.

In particolare, Tom McLeish e colleghi della Durham University avrebbero tradotto in equazioni i contenuti di un testo del 1225, il De luce, elaborando un modello di calcolo in grado di simulare l’origine e l’evoluzione dell’universo. Sorpresa! Il Grossatesta teorico del big bang.

Portrait of Robert Grosseteste <i>(Image: The British Library/Rex)</i>

Ritratto di Roberto Grossatesta. (Credit: The British Library/Rex).

Innanzitutto starei attenta a parlare di “precursori” o teorici ante litteram. Già siamo in pochi a leggere i classici. Mi è capitato di suscitare sguardi incuriositi: l’ultima volta ero in metropolitana con il De fato di Alessandro di Afrodisia. Siamo in pochissimi a leggere i medievali. Se poi si tiene a mente che un modello matematico non è una teoria filosofica, e che da troppo tempo fisici e filosofi fanno due mestieri diversi, le cautele si moltiplicano. Grossatesta è autore di numerosi trattati di ottica e astronomia. Ha scritto commenti agli Analitici Secondi, alla Fisica e al De caelo di Aristotele (quest’ultimo in parte riportato da Simplicio). 

Il tema della luce, fondamentale in una prospettiva cosmologica fortemente influenzata dal neoplatonismo, si connette al concetto di causa. La causalità è intesa come emanazione: “la forma prima corporea, che alcuni chiamano corporeità, è la luce. La luce infatti per sua natura si propaga in ogni direzione, così che da un punto luminoso si genera istantaneamente una sfera di luce grande e senza limiti, a meno che non si frapponga un corpo opaco”, (De luce). Ed è questa proprietà della luce che spiega l’origine dell’universo da un lampo di luce, oltre che essere in accordo con le parole della Genesi. La materia prima e la luce, che è la forma prima, sono all’origine di un universo corporeo e finito; la corporeità infatti non è altro che l’estensione di una materia secondo le tre dimensioni grazie ad un vero e proprio “agente moltiplicatore”, la luce.

Il limite massimo di rarefazione produce la prima sfera. L’espansione viene arrestata quando la materia raggiunge una densità minima e la successiva emissione di luce dalla regione esterna conduce alla compressione e rarefazione della massa corporea interna in modo da creare nove sfere celesti. Ciò significa che sono i successivi processi di condensazione provocati dal riflettersi della luce verso il centro a generare le sfere inferiori. Fino a quella della luna, dentro la quale si concentra la materia composta dai quattro elementi, terra, aria, acqua e fuoco. Quello di Grossatesta è il mondo del De caelo di Aristotele. La novità c’è, ed è questa: le proprietà qualitative dell’universo aristotelico vengono dedotte da proprietà quantitative attraverso il meccanismo fisico della condensazione e rarefazione. 

“Abbiamo cercato di scrivere in termini matematici quello che il teologo ha detto con parole latine”, commenta Tom C. B. McLeish, uno degli autori della ricerca. “Abbiamo così a disposizione una serie di equazioni, che possono essere inserite nei computer e risolte. Stiamo esplorando con il solo ausilio della matematica un nuovo tipo di universo, che poi è proprio quello che i fisici teorici delle stringhe fanno a tempo pieno. Possiamo considerarci dei teorici delle stringhe medievali”.

Il meccanismo resta inserito in un universo aristotelico-tolemaico. Mi piace ricordare l’importanza della storia della scienza nella sopravvivenza di modelli esplicativi che ci portiamo dietro dal XIII secolo. Mi piace l’idea della filosofia come palestra concettuale, cassetta degli attrezzi per lo “scienziato” di turno. Mi piace continuare a pensare che Aristotele e l’aristotelismo (antico, medievale e moderno) siano due tra i più potenti strumenti che abbiamo a disposizione. I mi piace finiscono qui. Infatti, se “matematizziamo” le Enneadi di Plotino o gli Elementi di teologia di Proclo il risultato non è poi così diverso. Il modello emanatistico è lo stesso. 

In un universo copernicano-einsteiniano in espansione, l’inflazione e la densità della materia, ad esempio, non sono quelli del cosmo di Grossatesta. Nemmeno il tempo lo è: per Grossatesta il tempo ha origine con l’universo e non è certo relativo all’osservatore. Di solito, per elaborare e testare i modelli matematici che dovrebbero spiegare il nostro universo i fisici usano la radiazione cosmica di fondo, una reliquia del big bang. Una prova fisica del big bang. Si può “giocare” con il modello di Grossatesta: il numero di sfere ottenute dalle simulazioni al computer dipende infatti dal modo in cui si calibrano le variabili per far interagire luce e materia.

Si deve “giocare” anche con il modello di Grossatesta. Non dimenticando che ipotesi, speculazioni filosofiche e uso della fantasia hanno nella scienza un importante ruolo regolativo. Ciò posto, non mi pare che tutto questo abbia un gran valore euristico. Sempre che lo scopo sia capire meglio l’universo attuale, e non gli universi possibili all’interno di un range di coerenza accettabile (dunque compatibile con i valori che esprimono quello attuale). La filosofia della fisica è tanto più potente quanto più è fondativa e ogni fondazione, per essere tale, deve essere in accordo con la fisica. 

Bibliografia:

Richard G. Bower et alii., A Medieval Multiverse: Mathematical Modelling of the 13th Century Universe of Robert Grosseteste, in arxiv.org/abs/1403.0769, (già accettato dai Proceedings of the Royal Society A)

Neil Lewis, Robert Grosseteste’s On Light: An English Translation, in Robert Grosseteste and His Intellectual Milieu, ed. John Flood, James R. Ginther and Joseph W. Goering, Toronto: Pontifical Institute of Mediaeval Studies, 2013: pp. 239–247.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA