Max Horkheimer è la personalità che ancora manca all’appello alla nostra panoramica sulla Scuola di Francoforte. Abbiamo già parlato di lui la scorsa settimana trattando la Dialettica dell’Illuminismo. Horkheimer, di origine tedesca, nasce in una famiglia ebrea borghese. La famiglia non è d’accordo con la sua continuazione di studi, ed è quindi costretto a lasciare la scuola e avviarsi al lavoro. La passione di Max per la cultura però è troppo forte. All’età di 18 anni si sviluppa in lui un interesse di tipo filosofico: inizia a leggere e studiare Schopenhauer, autore che modificherò profondamente la sua visione della vita, come lui stesso dichiarò.
Cinque anni dopo si iscrive alla facoltà di Filosofia presso la neo formata Università di Francoforte, dove conoscerà Adorno con il quale instaurerà una feconda, come abbiamo già visto, amicizia. Horkheimer si laurea con una tesi complessa e innovativa: Kant e La Critica del Giudizio come mediazione fra filosofia pratica e teorica. Testo che oggi viene da molti letto come antesignano della Consulenza filosofica.
Max Inizia subito ad insegnare e nel 1930 ottiene la cattedra di filosofia sociale. Nel 1933 Horkheimer è costretto a scappare dalla Germania. Si rifugia prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti. Ritornerà in terra natia solo dopo la fine della guerra, nel 1949 quando diviene anche rettore nella stessa Università ove si era laureato.
Diciamo che il suo pensiero è riscontrabile in due opere, in particolare: la già citata Dialettica dell’Illuminismo e L’Eclisse della ragione. Il filo conduttore che tiene insieme le due opere è, senza alcun dubbio, la critica alla moderna civiltà occidentale, caratterizzata da quella logica di dominio che si può riscontrare in ogni manifestazione economica, culturale e sociale nell’epoca contemporanea.
L’idea di fondo che permea la riflessione di Horkheimer è che sia impossibile conoscere la totalità della realtà che ci circonda: nessun aspetto della realtà stessa, cioè, può essere compreso come definitivo. L’ipotesi della scienza per cui l’oggetto della conoscenza sarebbe fattuale, ossia sarebbero esclusi dai risultati finali, variazioni causate da valori individuali, deve cadere. E’ un’idea falsa. Gli scienziati fanno parte e sono inseriti radicalmente nell’apparato sociale. Essi costruiscono teorie nella loro forma tradizionale, ossia descrizioni di fatti per giustificare quello che c’è, che accade nel mondo esistente. Questo modo di intendere le teorie è, se vogliamo, un’idealizzazione. Horkheimer ci ricorda che anche le teorie portano dentro di sé un germe utilitaristico, non si limitano cioè a descrivere qualcosa. Quello che appare evidente è che l’idea sottesa alla ricerca scientifica e tecnologica del 900 sia legata a doppio filo con l’interesse verso il dominio della natura e, di conseguenza, degli uomini.
Ecco che qui si trova la questione riguardante la “teoria critica”: è necessario superare la tradizionale scissione fra teoria e prassi. L’unica via per superare questo dualismo è secondo Max la ragione, non intesa come intelletto o senso comune, ma come “tribunale” che ha il ruolo di guardare con occhio critico la realtà per comprenderne le contraddizioni e i cambiamenti.
Se vogliamo auspicare per noi il meglio per il futuro, dobbiamo puntare a diventare una società razionale e critica, esattamente quella con cui qualsiasi totalitarismo o regime autoritario, non vorrebbe mai avere a che fare.
Il film che vi consiglio questa settimana è Le luci della città di C. Chaplin.