
Ve l’avevo promesso, dopo le feste dobbiamo tornare a parlare seriamente di politica e, per farlo, è necessario ripartire da Mr. Hobbes.
Avevamo lasciato, qualche settimana fa, il nostro filosofo inglese alle prese con la riflessione sullo stato di natura in cui, ricordiamo, l’uomo è in una lotta perenne contro tutti. A questo si aggiunge la nascita di uno stato “contrattualista” in cui le libertà dell’individuo vengono meno per preservarne la vita stessa.
Per primo, Hobbes pone il problema del “potere” statale, questione che sarà destinata ad avere una lunga storia e giungere fino ai nostri giorni.
Il filosofo di cui parleremo oggi è invece il perfetto liberale del suo tempo (1632-1704) e costruisce le fondamenta teoriche del liberalismo borghese moderno. Costui è John Locke.
La borghesia trova con la sua filosofia le propria personale “visione del mondo”.
Se durante la giovinezza le sue posizioni politiche si avvicinano a quelle di Hobbes, almeno riguardo alla necessità di uno stato assolutistico e forte, con il passare degli anni egli abbandonò del tutto tale idea. Pose invece l’accento sulla necessità di propendere verso una monarchia costituzionale limitata nei suoi poteri e soggetta a controlli precisi.
Ciò che si modifica nella riflessione di Locke è il modo di concepire lo “stato di natura”: Se Hobbes parla di tale stato come una bellum omnium contra omnes – guerra globale e pura violenza -, per Locke le cose no stanno assolutamente così: nello stato di natura già esistono tutti i diritti naturali degli individui come il diritto alla vita, alla libertà. Con il passaggio allo stato civile si verifica solo un perfezionamento di tali diritti. In particolare ciò che muta è il modo di fare giustizia.
Se in uno stato di natura ognuno è arbitro delle proprie contese private, nello stato civile tale diritto spetta ad un terzo ente esterno.
La sovranità dello stato è legittima se vi sono quindi tre requisiti necessari: il primo è far rispettare i diritti naturali degli individui, il secondo è fondarsi sul consenso popolare espresso dalla maggioranza e difendere gli interessi di tale maggioranza. Terzo punto, forse il più importante, lo stato non deve limitare la libertà di pensiero ed espressione dei cittadini, ne consegue logicamente che lo stato non potrà imporre alcun credo religioso, lasciando ogni singolo cittadino libero di scegliere la propria fede.
Solo se lo stato viene meno a questi tre requisiti fondamentali allora è possibile e lecita, secondo Locke, una rivoluzione.
Nella Lettera sulla tolleranza Locke segnala che bisogna diffidare da cristiani e atei. I primi vogliono a ogni costo imporre la loro religione come religione di stato, gli atei invece non garantirebbero sufficienti garanzie di socievolezza e pietà.
Quello che a noi interessa poi della filosofia di Locke è la sua riflessione sulla conoscenza- sulle modalità di apprendimento dell’uomo-, che ricordo dicesi, in linguaggio tecnico, questione Gnoseologica.
Locke combatte, esattamente come Cartesio contro l’idea che esistano idee innate negli individui, idee cioè che, poste da Dio nell’anima, restino lì da sempre e per sempre.
Locke è convinto che l’innatismo favorisca l’intolleranza e il fanatismo: pensare ad esempio che l’idea di Dio ( poniamo cristiano) sia innata, significa porsi in un atteggiamento di superiorità e intransigenza nei confronti di altre religioni.
Secondo il nostro filosofo inglese non esistono idee innate, ma ogni idea nasce dall’esperienza. Questo modo di pensare viene definito Empirismo da “en peira= prova all’interno”, di cui Locke è considerato il padre fondatore. L’intelletto non possiede idee se prima i sensi non gli abbiano fornito esperienze su cui riflettere. E’ come un foglio bianco sul quale l’esperienza incide di volta in volta le sue note.
Il ruolo della filosofia sarà solo uno dunque: discutere ogni pretesa d’autorità e sforzarsi di mostrare la genesi delle nostre idee, la loro formazione in seguito e grazie alle esperienze.
Traendo le dovute conseguenze ne possiamo dedurre che con Locke vi è una nuova rivalutazione dei sensi: attraverso essi noi possiamo conoscere e rapportarci al mondo esterno. Si nega ogni tipo di principio metafisico in favore di uno studio razionale di ogni cosa che ci circonda. L’empirismo avrà lunga fortuna nella storia della filosofia, come avremo modo di vedere, e si farà strada in un periodo storico a cui, forse, noi occidentali dobbiamo tutto ciò che siamo: l’Illuminismo.
Il Film che vi consiglio questa settimana è V per vendetta di Jemes Mc Teigue, film da cui, sono sincera, mi attendevo poco, in realtà si impone come una lucida analisi della società contemporanea. Da vedere assolutamente.
A venerdì!