Gaianews

Uomini e scimmie: evoluzione parallela, direzioni diverse

Scritto da Leonardo Debbia il 10.03.2014

Il percorso dell’evoluzione umana è tracciato da molti segnali indicatori, tra cui – i più lontani, almeno finora – le impronte lasciate sulla cenere vulcanica di 3,6 milioni di anni fa da tre individui a Laetoli, in Tanzania.

Il gruppo di antropologi, guidato da Mary Leakey, le scoprì nel 1978. Negli anni che seguirono furono esaminate da molti studiosi, tra cui l’antropologo fisico Russel Tuttle, che era anche un amico, oltre che un collega, della Leakey.

Queste impronte rimangono le prime tracce in assoluto a testimoniare la discesa degli ominidi dagli alberi al suolo e l’assunzione della postura eretta.

Impronte

La traccia delle impronte di ominidi a Latoli, in Tanzania, stimate 3,6 milioni di anni
(crediti: University of Chicago)

“Le impronte sono molto simili a quelle degli esseri umani moderni”, afferma Tuttle, nel suo ‘Apes and Human Evolution’, che la Harvard University Press ha pubblicato nel gennaio scorso sul tema dell’evoluzione umana, mettendo in relazione uomini e scimmie e commentando la nascita del bipedismo, l’uso degli strumenti e le origini culturali dell’umanità.

Russel Tuttle è professore di Antropologia e Biologia evolutiva alla University of Chicago.

Oltre ai titoli accademici e alle numerose onorificenze ricevute, attualmente dirige un programma sui primati e l’evoluzione umana alla University’s Paris Center.

Le impronte di Laetoli – molto simili a quelle degli indigeni amazzonici attuali, a detta dello studioso – coprono un percorso di 90 metri e si calcola siano state impresse da uomini della statura di poco più di un bambino di 6 anni (m.1,20); un’altezza che li avrebbe resi estremamente vulnerabili agli attacchi di eventuali predatori.

Quella specie di ominidi probabilmente si evolse e si estinse.

Anche le scimmie sono in grado di camminare in posizione eretta, secondo Tuttle, ma gli ominidi avevano un cervello più sviluppato che li rendeva più socievoli e più tesi ad unirsi, specialmente quando dovevano fronteggiare un pericolo comune su spazi aperti, tendenza che li distingue nettamente dai primati.

Secondo l’antropologo, “gli esseri umani hanno una loro ‘nicchia simbolica unica’.

In altre parole, tutto quello che facciamo o creiamo o diciamo, lo esprimiamo – consciamente o inconsciamente – con simboli”, dice Tuttle. “Probabilmente, altri animali recepiscono relazioni ‘vicine’, ma gli uomini hanno credenze sulle relazioni e i fenomeni da queste collegati, come, del resto, sono provvisti di una morale, mentre il comportamento delle scimmie è amorale”.

“Non sappiamo come sia nato il linguaggio”, afferma Tuttle. “Potremmo pensarlo conseguente alla sempre più crescente complessità degli strumenti, sviluppatosi insieme alla necessità di doverne comunicare l’uso, ricorrendo alla capacità – caratteristica tutta umana – di ‘trasmettere’ l’esperienza alla prole, ricorrendo alla parola per tenere ‘lezioni’ ai figli, creando così le basi per una primitiva cultura. Tutto questo è assente nelle scimmie”.

“Ci sono chiari vantaggi adattativi per gli individui nelle società che hanno valori comuni, condividono le risorse e i prodotti secondo le singole capacità, si aiutano nell’allevamento dei piccoli. Ad un certo punto, i sistemi di comunicazione diventano di vitale importanza per il coordinamento delle attività di sussistenza e per risolvere le controversie all’interno dei gruppi”.

Tuttle chiude il confronto tra esseri umani e primati, auspicando ulteriori studi delle relazioni esistenti tra questi due grandi gruppi, ribadendo una particolare responsabilità degli uomini verso i primati.

“I grandi progressi nelle scienze sociali e comportamentali dimostrano le notevoli capacità cognitive delle scimmie”, afferma Tuttle. “Sebbene le consideriamo creature amorali, il trattamento che riserveremo loro rifletterà la nostra moralità, almeno finchè non cambieremo i nostri comportamenti”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA