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Il Parco del Gran Sasso

Scritto da Nino Martino il 30.05.2013

Il Parco del Gran Sasso e monti della Laga è proprio nel cuore dell’Italia.

Non si può non vedere la più alta cima dell’Appennino, anche solo percorrendo le autostrade che attraversano l’Italia in direziomn centro-sud.

E’ il Parco che esprime, per eccellenza, i caratteri stessi dell’Appennino. Ci sono tre gruppi montuosi: la catena del Gran Sasso, la cui vetta, il Corno Grande di 2.912 metri è la cima più elevata dell’Appennino; la catena dei monti della Laga che raggiunge 2.458 metri di quota sul monte Gorzano e il gruppo dei monti Gemelli. La collocazione geografica dell’area, l’altitudine delle montagne e la loro diversa natura geologica sono tra i fattori principali che determinano una grande biodiversità, sia nei fiori sia nelle vegetazioni, di questi posti.

Se volete vedere fiori unici, però, occorre salire alle quote più alte. Perché qui grazie alla presenza di tanti parchi la natura si è davvero preservata.

Pensate che tra i parchi nazionali dei Monti Sibillini, della Majella, quello d’Abruzzo, Lazio e Molise, oltre al Gran Sasso-Laga e al parco regionale abruzzese del Sirente-Velino, in questa parte dell’Italia centrale abbiamo il più grande comprensorio di natura selvaggia nel nostro paese, con oltre mezzo milioni di ettari tutelati. Davvero un vero e proprio grande parco.

 Pecora

Pensando al Gran Sasso, la mente di molti immagina la grande zanna del Corno Grande, che si fa certo notare a grande distanza. Ma oltre che dalla montagna più alta dell’intero Appennino, il Parco è caratterizzato da una gran varietà di ambienti naturali. Il territorio è composto dai due diversi massicci montuosi che danno il nome all’area protetta. Tra loro si stendono la valle del Vomano e l’altipiano di Campotosto. La vallata più spettacolare e indimenticabile è quella di Campo Imperatore, il cui nome ci riporta al grande naturalista Federico II di Svevia, alla cui vita è legata gran parte della storia del nostro Mezzogiorno. Qui, infatti, le leggende collocano la sua nascita “a cavallo”.

L’altopiano è uno dei maggiori in Italia, si estende per 19 chilometri di lunghezza e 4 di larghezza, posto a ben 1.800 metri di quota. Ma le sue propaggini si estendono tra 1.400 e 2.200 metri di quota, con paesaggi morbidi ed ondulati in netto contrasto con le ardite cime circostanti. Ma questi numeri non rendono l’idea! Bisogna proprio andarci e perdersi a piedi, in bici, a cavallo e se proprio non si può con l’auto o il camper. E’ davvero un posto magico, indimenticabile.

Molto diversi sono i monti della Laga, vero crocevia tra Lazio, Abruzzo e Marche. Il loro nome deriva da quello di un’antica torbiera, oggi sommersa dal lago artificiale di Campotosto.

La linea di cresta di questi monti selvaggi si snoda per quasi 30 chilometri, da nord a sud. Le strade vi si inerpicano un po’ dappertutto, sino al limite delle capacità tecniche. Eppure tanta natura selvaggia si è salvata su questi monti e tra questi boschi. Sono montagne di marne ed arenarie, anche se non mancano isolati rilievi calcarei come la montagna dei Fiori e quella di Campli. Il loro aspetto è arrotondato e ricoperto da boschi e foreste, nonché di acque, soprattutto nei versanti più freschi che guardano all’Adriatico. Divisi dalla geologia e della geomorfologia, il Gran Sasso e la Laga hanno in comune una millenaria presenza umana. Entrambi i massicci, infatti, sono stati popolati sin dal Paleolitico.

La presenza antichissima dell’uomo porta all’affermarsi di una pastorizia transumante. I bellissimi ed estesi pascoli del territorio divengono strategici per la sopravvivenza delle popolazioni locali che vi costruiscono opere di difesa, borghi fortificati e castelli. 

Il territorio è anche intessuto di una vera e propria rete di tratturi. I bellissimi tratturi abruzzesi, segno del paesaggio, cultura millenaria, microambiente per tante specie che dentro ed intorno al muretto a secco vi vivono; ma anche grandi vie economiche di collegamento tra l’Appennino centrale e le pianure del Tavoliere di Puglia.

Basti pensare che il tratturo reale che congiungeva l’Abruzzo alla Puglia era largo 60 passi napoletani cioè oltre 100 metri! Pensate a che fiumana di pecore che si riversava verso la pianura e ritornava ai monti, nelle alterne stagioni della transumanza.

Ma la pastorizia transumante, che in passato è stata l’attività principale di questo territorio, ha risentito delle profonde trasformazioni socio-economiche della società italiana a partire dagli inizi del XIX secolo. Oggi l’allevamento delle pecore, in Abruzzo, seppure ridotto rispetto al passato e parzialmente trasformato da transumante a stabulazione fissa, costituisce ancora un’importante attività economica del territorio.

In questi territori, alle pendici delle montagne più impervie, o sugli altopiani, infatti le pecore pascolano ancora oggi.

Perdersi tra colli e cime, accompagnati dalle greggi al pascolo e rinfrancati dagli ottimi formaggi di pecora e dagli arrosticini abruzzesi è davvero un’esperienza da non perdere.

 

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