Il ministro Orlando pochi giorni prima di lasciare il ministero dell’ambiente in una bella lezione alla Scuola Sant’Anna di Pisa affermò che era giunto il momento di collegare sempre più il ruolo dei parchi e delle aree protette al rilancio delle politiche ambientali ed economico-sociali per evitare che esso risultasse un intervento a posteriori da 118 o protezione civile. Un intervento in sostanza più rivolto a rimediare a posteriori ai danni di politiche sbagliate piuttosto che prevenirli.

Questa sfasatura non ha solo reso più difficile e oneroso il compito dei parchi come dei bacini idrografici, ma ne ha penalizzato e mortificato il ruolo come dimostrano i pochi piani arrivati in porto nei parchi nazionali come ha recentemente ricordato la Corte costituzionale. E mi riferisco a entrambi i piani ossia quello ambientale e quello socio-economico a conferma che senza quel raccordo di cui parla Orlando non si va da nessuna parte. Insomma le cose vanno unificate meglio in casa propria per raccordarle di più e più efficacemente con le altre.
Sotto questo profilo, come avemmo già modo di denunciare nel ventennale della legge quadro, è responsabilità soprattutto del ministero dell’ambiente ma anche delle regioni non avere avviato una seria riflessione politica, istituzionale e culturale sulle ragioni della crisi che aveva già allora investito i parchi, ma non da addebitare alla legge quadro e ai suoi presunti limiti, ma semmai a politiche e scelte sbagliate a partire dalla mancata integrazione tra parchi terrestri e aree protette marine da sempre gestite separatamente e burocraticamente dal ministero.
Come Gruppo di San Rossore – si veda il primo libretto dedicato al ‘Rilancio dei parchi’- siamo nati all’insegna di questa consapevolezza che ritroviamo anticipata peraltro nella Collana editoriale sulle aree naturali protette dell’ETS che ha ormai superato i 30 volumi. In questa riflessione avviata dal Gruppo di San Rossore siamo riusciti a coinvolgere significativamente alcune della più autorevoli e qualificate personalità del mondo universitario ma anche importanti rappresentanti istituzionali e ricercatori impegnati in epoche diverse nel mondo dei parchi e delle aree protette e della loro associazione e in molti casi nei diversi e importanti centri studio che hanno a lungo accompagnato l’iniziativa di Federparchi e delle sue riviste oggi purtroppo sparite.
Il Quaderno sulle ‘Aree naturali protette-Il futuro che vogliamo’ presentato al ministro Orlando e alla Conferenza nazionale da lui promossa alla Sapienza di Roma nel dicembre del 2013 ha raccolto una serie di importanti contributi di queste personalità che avevano indotto il ministro Orlando a chiederci a fine gennaio di predisporne un secondo sulle aree protette marine cioè il doloroso capitolo finito malamente nelle proposte di legge in discussione tra travagli e figuracce al senato.
Qui si ripropone un passaggio cruciale delle politiche ambientali finora sostanzialmente eluso e cioè il posto che devono avere nella politica dello stato, delle regioni e delle autonomie. Passaggio che non riguarda unicamente i parchi e le aree protette ma il governo del suolo, dell’assetto territoriale e urbanistico e la ripartizione delle competenze tra centro e periferia insomma dall’Europa alla dimensione locale. I parchi -ecco perché è importante l’affermazione di Orlando da cui abbiamo preso le mosse- assumono in questo contesto traballante e in crisi un rilievo del tutto peculiare perché nella gestione dei parchi nazionali e regionali sono coinvolti tutti i livelli istituzionali direttamente con precisi ruoli di governo e di programmazione del territorio affidati a ‘enti misti’. Qui più che in qualsiasi altro ambito è stata messa alla prova concretamente quella ‘leale collaborazione’ istituzionale e costituzionale a cui mirava il nuovo titolo V . La prova come sappiamo non è riuscita e si è conclusa con un fallimento a cui ora dovrà essere posto rimedio riscrivendo norme che devono evitare tuttavia ritorni centralistici come già si preannuncia in diverse materie a partire, ad esempio, dal turismo. È vero come ha recentemente ribadito il Presidente della Corte Costituzionale Silvestri che le competenze non possono affettarsi come un salame ma proprio per questo non possono escludere le regioni e le autonomie e i parchi come è avvenuto già con il nuovo codice dei beni culturali che ha sottratto ai piani dei parchi il paesaggio mentre la Convenzione europea ne ha esteso la tutela a tutto il territorio. Come si può pensare ad un piano di un qualsiasi parco che escluda il paesaggio da riservare e rimandare alla co-pianificazione quando la stessa pianificazione è ormai in crisi da tempo nonostante i tentativi messi in atto a suo tempo senza apprezzabili risultati anche da Azeglio Ciampi.
Ecco perché il rilancio dei parchi passa oggi principalmente e innanzitutto da una politica incentrata sui piani e progetti come quelli comunitari che devono entrare in quel circuito nazionale in cui stato, regioni e autonomie devono finalmente riuscire a stabilire quella cooperazione che si lasci alle spalle la conflittualità paralizzante per tutti come insegna il fallimento del titolo V.
Qualche premessa sotto questo profilo era stata posta dal ministro Orlando e anche dal documento delle regioni, purtroppo ignorata dal senato e non solo. Ma proprio per questo è da qui che come Gruppo di San Rossore dobbiamo ripartire sulla base anche dell’ipotesi concordata con il ministero di istituire un Osservatorio sul mare e le aree protette marine presso il parco di San Rossore che oggi gestisce la riserva marina della Meloria. Si tratta di ricondurre le vicende delle aree protette marine dopo anni di isolamento e separazione dalle restanti aree protette ad un impegno volto a immetterle a partire dal santuario dei cetacei in quella realtà mediterranea più attiva su questo fronte. Interessante da questo punto di vista il recente accordo tra le regioni Marche, Emilia-Romagna e Abruzzo sulla costa adriatica.
Importante il ruolo delle nostre isole e non certo solo quelle minori con Sicilia e Sardegna che hanno una presenza di rilievo tra i parchi ma anche delicati problemi e non solo per quanto riguarda le aree marine.
Se dal mare passiamo alla montagna e in primis alle Alpi e Dolomiti il quadro non appare meno complesso e delicato vuoi per le vicende del parco dello Stelvio ma anche per la gestione dolomitica dopo il riconoscimento UNESCO e la Convenzione alpina. Anche qui brilla l’assenza ministeriale. Qui però, più che in altre aree del paese e non soltanto al sud, la presenza e il ruolo dei parchi e delle aree protette è sicuramente maggiore e più attiva e incisiva e va sempre più rivolta anche alle realtà confinanti.
Ci sono poi regioni del nord che avevano fatto da battistrada nella istituzione dei parchi regionali prima che entrasse in vigore la legge quadro che oggi presentano in Piemonte come in Lombardia una vera e propria caduta accompagnata da non poca confusione da cui bisognerebbe uscire il prima possibile per il peso che queste realtà hanno sul piano nazionale.
Non meno carica di problemi e di difficoltà la situazione in Toscana e Liguria dove il rapporto litorale –Appennino presenta non pochi problemi e non soltanto sulle Apuane.
Si tratta soltanto di accenni per quanto significativi del tutto parziali rispetto al quadro nazionale che resta sospeso tra un dibattito prevalentemente elusivo quando non del tutto strumentale come nel caso delle leggi del senato e una faticosa e incerta ricerca della via d’uscita a cui aveva messo mano dopo tanto tempo il ministro Orlando e che oggi rischia di appannarsi nuovamente.
Come gruppo di San Rossore dovremo cercare –è questo il senso della presente nota- collegandoci e raccordandoci a istituzioni e associazioni disponibili perché il tema dei parchi e dell’ambiente non sia di nuovo cancellato dall’agenda politico-istituzionale.