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L’alba del pensiero. Puntata 20, il Rousseau dimenticato

Scritto da Alba Fecchio il 18.02.2011

Alba del pensiero - rubrica settimanale di filosofia e natura

E’ giunto il momento di parlare di un personaggio controverso. Egli è considerato da molti il padre spirituale della Rivoluzione Francese, e con essa, dell’Illuminismo.

Tenterò di spiegare brevemente perché quest’idea diffusa sia in larga parte errata. Ma iniziamo a delineare di chi stiamo parlando.

Jean-Jaques Rousseau è il protagonista di questa settimana, Chiunque di voi abbia fatto almeno una volta nella vita, una gitarella a Parigi, ed entrato nel Pantheon, ha fatto visita, forse inconsapevolmente, al nostro Philosophe.

Prima curiosità è proprio questa: Jean-Jaques era ginevrino, non francese e dai suoi contemporanei non fu mai molto amato. Riposa anche a fianco al suo più noto nemico: Voltaire. Chissà come devono litigare quei due anche da morti!

Per capire Rousseau,e la sua critica radicale alla società, dobbiamo fare un passo indietro. Vi ricordate cosa pensava Hobbes della natura dell’uomo? Homo homini lupus, esatto.

Bene, Jean-Jaques la pensa diametralmente all’opposto.

L’uomo per natura è buono. Un’ essere quasi perfetto e felice. L’uomo per natura nasce libero. E’ la società che lo rende schiavo. Quando avviene questa radicale metamorfosi? La risposta è netta: quando un uomo ha detto per le prima volta” questo pezzo di terreno è mio”.

Con la proprietà privata, dunque, nascono le disuguaglianze tra gli uomini, che iniziano a distinguersi in poveri e ricchi, potenti e deboli, schiavi e padroni.

L’orgoglio umano prese il sopravvento e fu causa di infiniti vizi: invidia, avarizia, lussuria, ipocrisia.

Non a caso Rousseau parla di amour de soi ( amore di sé) che si trasforma in amour-propre ( amor proprio). L’amor di sé è il naturale istinto alla conservazione che ogni essere vivente ha e deve possedere, ha dunque un’accezione altamente positiva. L’amor proprio, invece, è inteso in senso dispregiativo: nasce dall’atto di paragonarsi agli altri essere umani e sentirsi inferiori. Ciò, genera odio ed invidia.

Le arti e le scienze non hanno altra utilità per il nostro filosofo di oggi di mascherare le catene che abbiamo. Dipendono infatti strettamente dai nostri vizi e corrompono l’animo umano genuino, rendendolo sempre più schiavo delle convenzioni generali e del costume della società.

A favore della sua tesi, Jean-Jaques, apporta un esempio di tipo storico. La storia ha dimostrato, infatti, che più una società si arricchiva e progrediva dal punto di vista dei mezzi tecnologici, dal punto di vista morale sprofondava nel vizio. Basti pensare agli Ateniesi ( a cui Rousseau preferisce non a caso gli Spartani), oppure gli Egizi o i Romani.

La domanda che sarebbe lecito fare al nostro autore allora è una sola: prendiamo per buoni questi presupposti. Dobbiamo ritornare ad una società originaria e naturale?

Jean-Jaques ci avrebbe risposto che è per lo più impossibile. L’unica via allora è quella di dividere equamente i nostri beni fra tutti gli uomini ed edificare così una società più giusta che assuma come punto di riferimento il mito dello stato di natura, e ne tenga sempre conto.

E’ necessario di conseguenza un ferrato programma di rigenerazione morale. Rousseau pensa anche a questo. Scrive non a caso, l’Emilio: un trattatello sull’educazione, considerato innovativo in quanto si basava sulla non imposizione di nozioni ferree e statiche ma, sullo sviluppo spontaneo delle facoltà del discepolo. Fine ultimo non è infatti formare un erudito o uno specialista, ma un uomo, senza altri aggettivi, intimamente libero, abituato a riconoscere il ruolo fondante dell’esperienza e della religione.

Rousseau è considerato anche il padre del concetto di democrazia: la sovranità nasce da un contratto tramite il quale gli uomini escono dalla società naturale ed entrano in quella civile. Ciò che lo distanzia da Hobbes è il fatto di non reputare questo patto un patto di assoggettamento, ma un patto di sovranità stessa in cui ogni uomo è assoggettato esattamente come chiunque altro allo Stato.

L’uomo così facendo perde la libertà naturale ma acquisisce quella sociale.

Eccoci arrivati al punto. Può essere considerato Jean-Jaques Rousseau il padre dell’Illuminismo? La risposta è no per tre ragioni. Fu un grandissimo intellettuale, questo sembra evidente, ma dal punto di vista filosofico non brilla di particolare luce propria. Uno dei capisaldi del pensiero del Lumi è l’idea di progresso. Rousseau non ci crede per nulla, anzi, è contrario come abbiamo visto. Utopisticamente vorrebbe tornare indietro, non andare avanti. Altro elemento: condanna le arti, come “oppio” degli uomini assoggettati. L’illuminismo al contrario, pensa che tutte le arti siano espressioni di verità e libertà assoluta per l’uomo.

Terzo punto: Jean-Jaques auspica una democrazia diretta, unico modo per poter avere un diretto controllo del potere da parte dei cittadini. La rivoluzione francese è al contrario, il primo esempio di potere elettivo.

Detto questo, mia volontà primaria era sfatare un mito e farvi conoscere, seppur brevemente, uno dei pensatori più noti e allo stesso tempo dimenticati del 1700.

Amante della natura quale era, ci avrebbe sicuramente invitati, a questo punto, a fare una passeggiata fra i boschi e respirare la nostra libertà perduta. Chi lo sa, forse ha ragione lui.

A venerdì!

Il film che vi consiglio questa settimana è Rosso sangue di Leos Carax. Un regista poco conosciuto, a torto.

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