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Parchi italiani, tutt’altro che un brindisi

Scritto da Renzo Moschini il 13.11.2011

A partire dai prossimi giorni si terranno una serie di incontri in varie parti del Paese promossi da diverse associazioni istituzionali, ambientaliste e culturali  a partire da Federparchi, per ricordare i 20 anni della legge 394 sui parchi. Più che occasioni di brindisi, dovranno essere momenti di seria riflessione sulla legge e soprattutto sulla condizione mai così  grave per i nostri parchi nazionali, regionali e le altre aree protette.

Una crisi che non ha uguali  nel pur travagliato percorso ventennale che oggi ricordiamo, come del resto non ha uguali il ministro che ora deve finalmente andarsene e che sarà ricordato non solo per i suoi tagli finanziari. Questo ministro, infatti, ha discreditato i parchi, li ha offesi e ha offeso i suoi amministratori e operatori accusandoli di sperpero e di carrierismo, rifiutando qualsiasi serio confronto come mai nessun ministro prima di lei si era permesso di fare.

Ma la necessità di fare del ventennale una seria occasione di riflessione e di proposta non scaturisce solo da questo ma anche e non di meno dal fatto che finora non è emerso con la chiarezza indispensabile  che i guai dei parchi sono  dovuti ad una crisi più generale del sistema istituzionale che vede regioni ed enti locali in evidenti e gravi difficoltà che non hanno precedenti.

La legge 394 potè essere varata dopo tanti rinvii perchè allora lo stato, le regioni e gli enti locali riuscirono con un atto di grande responsabilità e saggezza ad accantonare  dissidi e divergenze per far prevalere l’interesse comune. Che è proprio quello che manca oggi.  Oggi prevalgono i conflitti, le contrapposizioni che sono esiziali per i parchi e più in generale per le politiche ambientali, dai bacini al paesaggio ai beni comuni. Questo è il nodo da sciogliere, l’inghippo da rimuovere  se non vogliamo la deriva non soltanto dei parchi e delle aree protette. Rivelatore di questo stato di crisi è anche il fatto che al Senato proprio nel ventennale della legge si stesse cercando di manometterla praticamente con intesa bipartisan inspiegabile.

E un aspetto tra i tanti che colpisce è che nelle polemiche che hanno seguito confusamente e irresponsabilmente l’esordio del ministro Prestigiacomo si sia di fatto ignorato, eluso, aggirato praticamente in tutte le sedi tanto la legge 394 che la 426, che la seguì di qualche anno per precisarne meglio compiti e aspetti decisivi, rimasta ciononostante inattuata.  Si è fatto un gran polverone sui costi dei parchi, sulla esigenza irrimandabile di tagliare per risparmiare senza portare uno straccio di prova.

Da anni non si trovano tracce di quelle relazioni ministeriali volute dalla legge, perché lì si sarebbe stati costretti a mettere in luce una ben diversa realtà e soprattutto le pesanti responsabilità di un ministero che da tempo ha abdicato a qualsiasi  ruolo di programmazione rivolta a quella costruzione di un vero sistema di parchi e di aree protette in cui tutti – dai parchi nazionali ai siti comunitari- possano lavorare in rete sulla base della Carta della Natura, di Rete Natura 2000, del piano della biodiversità e di altri strumenti di rete quali la Convenzione Alpina, APE, il Santuario dei cetacei. Su tutto questo, come sappiamo,  si è da tempo spenta la luce  e l’unica presenza ministeriale la si è avvertita nei commissariamenti a tempo indeterminato.

Ma se questo è il vero nodo da sciogliere e che non dipende nella maniera più assoluta dalla legge – come non dipende dalla legge se le aree protette marine vanno a rotoli – va aggiunto che al contesto nazionale partecipano nel bene e nel male anche Regioni ed Enti locali, perché anche da loro dipende   la costruzione di quel  sistema a cui abbiamo fatto cenno.

Il quadro regionale già negli anni che hanno preceduto il varo della legge 394 era disomogeneo, perché accanto alle Regioni che fecero da battistrada anche nel contesto nazionale ve ne erano non poche che batterono la fiacca. Dopo il ‘91 il quadro ovviamente cambiò, ma non per questo vennero meno differenze anche di non poco conto e non soltanto tra Regioni ordinarie e Regioni e Province a statuto speciale.

Sotto questo profilo va detto che in questo momento sono numerose le Regioni alle prese con proprie  leggi e normative, dovute nel caso della Lombardia e dell’Emilia alla abrogazione dei Consorzi di gestione che vanno sostituiti con altre aggregazioni, oppure – è il caso dell’Umbria – perché l’abrogazione delle Comunità Montane comporta il passaggio della gestione alle Province. Anche nelle Marche sono in corso  aggiustamenti, in particolare – par di capire – di bilancio. Una nuova legge è andata da poco in discussione in Sicilia. In Piemonte si è alle prese con la messa in opera di quella approvata recentemente. In Toscana la nuova legge regionale non ha ancora tagliato il traguardo e ai parchi regionali fa riferimento in modo non molto convincete una legge incentrata sul piano energetico. Nel Lazio i parchi rischiano di chiudere, come accade ai Lucretili – per la provocazione dei sindaci rivolta alla governatrice Polverini che non li degna nemmeno d’attenzione – oppure ai Simbruini, dove nell’indifferenza generale il parco commissariato prosegue la sua agonia; per non dire dell’Agenzia regionale parchi, ormai ridotta in condizione di non nuocere.

Anche al Sud il quadro rimane nebuloso, soprattutto per la presenza di troppi commissariamenti il che rende ovviamente complicata la costruzione di quelle reti a cui facevamo cenno e di cui ci sarebbe particolare bisogno dove operano parchi di grande dimensione che dovrebbero aiutare più di altri quelle politiche progettuali anche di carattere europeo.

Non è un quadro rassicurante, soprattutto perché anche nelle dimensioni regionali si fatica ad intravedere la dovuta connessione tra parchi nazionali e regionali e soprattutto quel rapporto stretto tra Regioni chiamate a gestire insieme parchi interregionali al Nord come al Sud. E’ chiaro che tutto ciò ha penalizzato  e penalizza la pianificazione dei parchi e soprattutto quel raccordo tra i due piani previsti dalla legge resi più problematici dalla sottrazione del paesaggio, che ora viaggia su un terzo binario con effetti ritardanti quando va bene e paralizzanti più spesso.

Insoma, diciamolo e a chiare lettere. Qui più che i calici vanno levate le idee e intraprese le azioni. Le nostre aree protette, figlie orfane di quella straordinaria legge 394 ogni giorno depotenziata e svuotata di significato, richiedono molto di più di un prosit.

Renzo Moschini
Giulio Ielardi

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