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Parchi: un ruolo a rischio e un dibattito con troppe ombre

Scritto da Renzo Moschini il 19.03.2013

Non sarà sfuggito anche all’osservatore più distratto che negli ultimi tempi dei parchi si è tornati a parlare soprattutto come territori ricchi di natura, di bellezza, di paesaggio a terra come a mare, sulle Alpi come al sud. Si sono presentati documenti fornendo cifre e dati di questo patrimonio che ammonta al 10% del territorio solo per i parchi ma sale notevolmente se aggiungiamo i siti  Natura 2000 e tutti gli altri.

Per essere più precisi sono 871 le aree protette del nostro Paese inserite nell’elenco ufficiale del Ministero dell’Ambiente, più le altre 600 circa escluse per un totale di quasi 1500 aree, sono a loro volta creativamente interpretate in più di 70 modi diversi e le modalità di gestione sono altrettanto fantasiose.

Parchi

Dal 2007 i tagli ai dipendenti, sommati a quelli succedutisi dal 2007, sono arrivati al 45%, pregiudicando di fatto molte potenzialità gestionali a danno prima di tutto dei territori.

Ora si torna a dire che pensare ad un turismo ecosostenibile come ad una agricoltura di tipo nuovo e ad una economia green, ad un serio impegno contro il riscaldamento del pianeta senza i parchi e le aree protette non è possibile.

Devo dire che di primo acchito –almeno per chi i parchi non li sta scoprendo in questi giorni-  sembra la classica scoperta dell’acqua calda. Possibile che si sia già dimenticato i ministri che ci hanno arronzati con le loro filippiche sui parchi che costano troppo, ridotti ormai a poltronifici,  enti a cui togliere soldi e personale, da commissariare per tempi lunghissimi, che non possono solo dire no o pretendere addirittura di fare piani che impedissero consumo di territorio e disastri vari; dei 24 parchi nazionali solo 3 o 4 si sono dotati di un piano mentre quello del Cilento dopo anni d’attesa se l’è visto liquidare in queste settimane. Aggiungiamo le regioni, tutte alle prese dalla Sicilia al Veneto, dalla Toscana al Piemonte, dall’Emilia- Romagna alla Lombardia, dalle Marche alla Liguria che annaspano anche in realtà dove i parchi ci sono da decenni.

Si dirà, meglio tardi che mai. Resta però il fatto che questi tardivi riconoscimenti hanno tutta l’aria  di volerci far dimenticare quanto questo patrimonio sia stato bistrattato con i pretesti e le scuse più varie. A partire da quello della legge quadro che per diversi soloni – forse in più d’un caso neppure pentiti- avrebbe impedito di gestire i nostri parchi e le aree protette, vecchie e nuove, come si deve. Mentivano sapendo di mentire, tanto è vero che hanno tenuto bordone alla commissione ambiente del Senato per il pasticcio normativo di cui nessuno allora e ora si è sentito di rispondere alla domanda; se far fuori le regioni da qualsiasi competenza sulle aree protette marine aiutava i parchi. Il classico caso insomma di; dove vai? porto pesci, che fa poco onore specialmente a chi dovrebbe rappresentare istituzionalmente, politicamente e culturalmente  i parchi non come costola burocratica del ministero come stabilisce il testo del senato.

Su questo patrimonio che oggi sembra riemergere dal buio, da anni il ministero ha calato la tela senza prendersi la briga  non solo di  convocare la terza conferenza nazionale, ma persino di presentare al Parlamento la relazione annuale prevista dalla legge che hanno azzoppato. Qualcuno ha avuto persino il coraggio di sostenere che il nuovo parlamento dovrebbe riprendere il discorso da dove l’ha lasciato il senato. Scherziamo? Il nuovo parlamento se sarà messo in condizione di lavorare, dovrà finalmente riaprire un serio confronto sullo stato dei nostri parchi e non solo di quelli nazionali. Quelle in corso non sono due partite; una per i parchi nazionali e l’altra per quelli regionali. La partita è unica e riguarda un punto preciso; se noi saremo in grado di costruire  un sistema nazionale di parchi e aree protette volto a raccordare, integrare, mettere in rete le diverse tipologie sia nazionali, regionali e comunitarie. Occorre –anzi urge- in soldoni una politica di programmazione incentrata su quella ‘leale collaborazione’ istituzionale di cui non è rimasta traccia. Che è quanto sta cercando di fare il ministro della coesione Barca perché con nuovi progetti dello stato e delle regioni si riesca ad attingere e utilizzare i Fondi comunitari. Anche questa partita riguarda i parchi e le aree protette. 

Ecco di cosa il parlamento e il governo –se ci sarà- dovranno discutere con le regioni e gli enti locali oltre ovviamente con i parchi e le aree protette.

Renzo Moschini –Gruppo San Rossore

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