Marocco, la società civile si mobilita per l’abolizione del matrimonio riparatore previsto dal articolo 475 del codice penale. Ieri l’uscita del film denuncia intitolato: “475 Quando il matrimonio diventa una punizione”.
Lo scorso anno il suicidio della 16enne Amina Filali ha scosso le coscienze dei marocchini. La ragazza originaria di un piccolo villaggio era stata costretta a sposare l’uomo che l’aveva violentata e dopo alcuni mesi di forzata convivenza ha posto fine alla sua vita ingerendo una pozione velenosa. La famiglia della ragazza, che aveva regolarmente sporto denuncia contro il violentatore, era stata spinta dal giudice incaricato a prendere accordi con la famiglia dell’uomo. L’atto conciliatore, previsto da un’interpretazione dell’articolo 475 del codice penale, ha posto fine alla querelle ordinando il matrimonio fra i due giovani. Amina non è riuscita a ribellarsi al volere del giudice e del padre che hanno autorizzato le nozze e ha visto nel suicidio l’unica fonte di liberazione.
Nelle zone rurali del Marocco, dove le leggi della tradizione hanno un valore superiore alla legge scritta, la verginità è ancora un requisito indispensabile per accedere al matrimonio. Quindi, la violenza sessuale contro una giovane nubile, oltre alla tragedia in sé, priva la stessa della possibilità di scegliere il proprio partner. Così, accade spesso che i giudici invece di punire il criminale lo “invitano” a rimediare sposando la donna.
Grazie all’azione delle associazioni femminili e all’uso strumentale dei media nazionali e internazionali, il volto di Amina è stato reso pubblico. Il dramma di Amina è diventato simbolo di una legislazione che opprime la libertà delle donne, ma anche l’emblema della persistenza di una mentalità sessista. Il Marocco è il paese in cui nel 2004 è stato adottato un moderno codice di famiglia, che garantisce ampi e nuovi diritti alla donne, ma è anche il luogo in cui la violenza sulle donne ed in particolare quella domestica è fortemente sminuita. Da un sondaggio effettuato dall’Association Démocratique des Femmes du Maroc (ADFM), associazione leader nel campo dei diritti delle donne, pubblicato nel 2004, emerge un’elevata tolleranza della violenza coniugale: il 45% delle donne ha affermato che in alcune circostanze l’uomo è autorizzato a picchiare la donna e il 61% della controparte maschile ne condivide l’affermazione.

Il Marocco appare dunque un paese in transizione, scisso fra modernità e tradizione. Uno stato che negli ultimi 15 anni ha intrapreso un importante processo di riforme, frenato però dalla durevolezza di una cultura patriarcale e dalla persistenza di elevatissimi tassi di analfabetismo: circa il 50% della popolazione adulta non sa né leggere né scrivere, e la percentuale è molto più elevata se si fa riferimento alle zone rurali o montane. Un paese in cui le leggi le fanno gli uomini, ma esiste un forte movimento femminile che lavora duramente per migliorare la condizione della donna. La campagna contro l’articolo 475 è solo l’ultima delle battaglia intraprese dalle associazioni di donne che animano la società civile sin dagli anni ’50.
Sul caso si è mobilizzato anche il regista marocchino Nadir Bouhmouch, attivista per i diritti umani, che dopo aver manifestato nelle fila del Movimento del 20 Febbraio, ne ha realizzato un film-documentario, ripercorrendo le proteste del 2011. Il film intitolato “My Makhzen and Me” era il suo primo esperimento. La sua seconda creazione racconta la storia della giovane Amina, ed è emblematicamente intitolato: “475 Quando il matrimonio diventa una punizione”. Il film è uscito ieri in contemporanea in Marocco e negli Stati Uniti, ma è anche stato postato online nella versione inglese e in quella darija. La pellicola inizia con una scritta in cui viene spiegato che il film è stato realizzato illegalmente, come forma di disobbedienza civile per chiedere il rispetto della libertà di espressione e per protestare contro la censura operata dal Centro Cinematografico Marocchino, l’istituzione che ha il monopolio dei cinema del Marocco, incaricata dell’autorizzare di tutti i film. Il regista ha scelto di pubblicare il suo nuovo film il 21 febbraio, in occasione dell’anniversario del suicidio di un’altra donna marocchina, Fadoua Laaroui, una “single mamma” che si è data fuoco per protestare contro la discriminazione cui era sottoposta da parte della società e delle autorità.
Che bello, in Italia ci siamo riusciti prima di loro ad abolire il matrimonio riparatore, per una ragazza dal nome FRANCA VIOLA .
Ma no tanto tempo fa.