È almeno dal 2005 che gli studi di Laura Mersini Houghton, fisico teorico presso l’Università della Carolina del Nord, si concentrano sul multiverso (solo per citare alcune pubblicazioni: 2006, 2007, 2008).
Partendo dalla Radiazione Cosmica di Fondo lasciata dal Big Bang da quando l’Universo ha cominciato ad esistere (13,8 miliardi anni fa), molti astronomi ritengono che vi siano degli indizi molto convincenti – per non parlare di chi è convinto si tratti di prove certe – dell’esistenza di una molteplicità di universi.

A sinistra la radiazione nel precedente modello teorico, mentre a destra la radiazione nel modello di Planck (Crediti: ESA).
Vediamo di capire meglio: gli andamenti ciclici (statisticamente improbabili) nella radiazione cosmica di fondo sulla lunghezza delle microonde (CMB) potrebbero essere vere e proprie impronte digitali di questi universi, la cui esistenza sarebbe invocata come “causa” di queste anomalie (le microonde sarebbero, infatti, il residuo dell’energia rilasciata durante gli urti tra universi).
L’idea del multiverso non è nuova, e ne abbiamo già accennato sulle pagine di questo blog. In cosmologia è radicata negli studi sul processo di inflazione, in cui il periodo inflazionistico che il nostro universo ha attraversato dopo il Big Bang è stato solo uno dei tanti periodi inflazionistici ancora in corso in altre regioni dello spazio. Infatti, quando una parte dello spazio subisce uno di questi scatti di crescita, si espande in un universo con proprietà fisiche del tutto peculiari. In fisica quantistica è nota grazie all’interpretazione a molti mondi di Hugh Everett III: in sintesi, poiché nel microcosmo ogni misura fa collassare la funzione d’onda e trasforma univocamente le infinite possibilità nella realtà che vediamo, ciò comporta che ogni misura quantistica causa la divisione dell’universo in tanti universi paralleli quanti sono i possibili risultati della misurazione stessa.
Soprattutto nel corso del 2013, i dati raccolti da Planck, la sonda dell’Agenzia Spaziale Europea, hanno permesso di mappare la radiazione di fondo. La mappa mostra delle anomalie che secondo i cosmologi potrebbero essere causate dall’attrazione gravitazionale esercitata da altri universi al di fuori del nostro. I risultati implicano che il nostro universo potrebbe essere solo uno tra miliardi di altri universi – o, addirittura, di infiniti universi. Nel modello teorico elaborato la materia risulta distribuita equamente in tutto lo spazio visibile, ma la mappa fornita da Planck mostra una concentrazione più forte nell’emisfero sud del cielo e un punto più ‘freddo’ che non è possibile spiegare con le attuali conoscenze della fisica.
E mi sembra interessante ricordare che, secondo Laura Mersini Houghton, queste anomalie sono causate dall’attrazione gravitazionale che il nostro universo subisce dagli altri universi; insomma, un modo diverso di interpretare e spiegare un dato o fatto che le osservazioni confermano essere tale. È dal confronto tra le diverse strategie epistemiche che la scienza progredisce. Ma le anomalie statistiche potrebbero essere anche l’effetto di fenomeni fisici profondi che ancora non ci sono noti; e questo evidenzia lo scetticismo di molti scienziati sull’esistenza di altri universi. Ciò posto, non si può ignorare che è proprio la precisione della mappa fornita da Planck, così dettagliata da rivelare alcune caratteristiche apparentemente inspiegabili, a richiedere l’elaborazione di nuove teorie.
Insomma, per una volta non abbiamo da un lato i fisici teorici che elaborano ipotesi e dall’altro i fisici sperimentali che indossano il grembiule ed entrano in laboratorio: abbiamo i dati di Planck che sembrano spingere, pur non univocamente, verso una lettura inaspettata. E la Mersini Houghton non è l’unica pioniera del multiverso: secondo molti scienziati i risultati mostrano l’esistenza di altri universi oltre il nostro. “Questa idea ci sembra stramba in questo momento, proprio come quando fu formulata la teoria del Big Bang tre generazioni fa”, spiega Geroge Efstathiou, docente di astrofisica presso l’Università di Cambridge al Sunday Times. “Poi però abbiamo trovato la prova e tutto il modo di pensare l’universo è completamente cambiato”. Hugh Everett III sarebbe d’accordo.