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L’alba del pensiero, puntata 57. Hannah Arendt, una vita degna di essere vissuta

Scritto da Alba Fecchio il 04.11.2011

Alba del pensiero - rubrica settimanale di filosofia e natura

A differenza della natura, la storia è piena di eventi”.

E’ Hannah Arendt la filosofa cui oggi dobbiamo dedicare la nostra attenzione.

La sua riflessione è strettamente legata a temi etici e politici. Allieva di Husserl prima e di Heidegger poi, affronta con disinvoltura temi forti, strettamente connessi con ciò che stava accadendo in quel periodo in Germania e non solo.

La vita della filosofa non fu semplice. Si laurea con K. Jaspers con una tesi sull’amore in Sant’Agostino. Comprende subito però che, nonostante i pieni voti e il nulla osta per la pubblicazione, non potrà mai insegnare in Germania a causa delle leggi razziali antisemite appena emanate.

Si trasferisce per un periodo a Berlino dove riesce comunque ad avere una borsa di studio. Dopo poco tempo è costretta però ad andarsene. Attraversa il cosiddetto “ Confine verde”, vale a dire una strada che permetteva di giungere in Francia passando attraverso le foreste della Erz, giungendo a Praga, Genova e Ginevra fino ad arrivare a Parigi.

Hannah resterà in terra francese fino al 1941. Qui riesce anche a conoscere W. Benjamin con il quale instaurò un ottimo rapporto di amicizia.

La persecuzione razziale però non si placò, e la colpì anche qui. Instauratosi in governo Vichy, fu internata per un breve periodo nel campo di lavoro di Gurs con l’imputazione di “straniera sospetta”. Dopo una serie di peripezie, venne rilasciata e riuscì a scappare con meta Stati Uniti, New York per la precisione.

Qui il talento della pensatrice potè finalmente sbocciare appieno. Collabora con varie riviste, scrive saggi e testi che diventano ben presto di fama internazionale.

Arendt decide di troncare l’amicizia con Heidegger a causa della sua adesione al Nazismo. Amicizia che per molti anni fu anche un legame sentimentale, seppur platonico. Entrambi erano infatti legalmente sposati.

Le opere principali di Arendt sono principalmente due: Le origini del totalitarismo e La banalità del male, a cui si deve aggiungere Vita Activa.

Procediamo con ordine. Le origini del totalitarismo è un opera alquanto controversa che Hannah scrisse in 4 lunghi anni. La filosofa cerca di analizzare le caratteristiche che delineano un governo di tipo totalitario, evidenziando come vi siano moltissimi punti in comune tra regimi di tipo nazista (con forti tenenze a destra) e regimi di estrema sinistra. Antisemitismo, imperialismo e razzismo erano inoltre i tre punti cardine per una politica accentratrice e dittatoriale, sia che essa fosse di destra o di sinistra.

La banalità del male, cui abbiamo già dedicato largo spazio mesi fa, è un testo più giornalistico che filosofico. Nasce infatti come reportage che la filosofa è tenuta a scrivere come corrispondente per una testata statunitense riguardo al processo ad Eichman, imputato per essere venuto a conoscenza e aver acconsentito allo sterminio di massa e all’apertura dei Campi.

Qui la riflessione di Arendt si fa più ampia. La domanda che alla filosofa sorge spontanea è “come il male agisce?”. Eichman era davvero l’incarnazione del malvagio? Il male assoluto?

La risposta è no. Seguendo il suo lungo processo, risulta evidente come l’imputato fosse in realtà un “sempliciotto” che si sentiva in obbligo di seguire gli ordini senza metterli in discussione, anche a costo di andare contro la propria morale.

Il lavoro della propaganda nei regimi dittatoriali gioca proprio, riguardo tale aspetto, un gioco fondamentale: corrodere dall’interno il sistema di valori tradizionale, contrastare la morale individuale in favore di una morale comune, imposta dall’esterno.

Terza opera fondamentale è Vita Activa. Qui Arendt ricostruisce tre possibili modelli antropologici. L’Animal laborans, la cui caratteristica è il legame con la terra e il lavoro per l’auto-sostentamento, l’Homo faber, caratterizzato l’utilizzo degli artefatti che esso stesso nel corso del tempo si è prodotto e infine quello che possiamo definire l’”homo pubblicus”, ossia caratterizzato da uno spazio che non è più privato, ma sempre più sociale, la cui attività principale è il discorso, la parola.

Sono i tre componenti legati assieme: lavoro, tecnica e intelletto che compongono la vita Activa.

Una vita degna di essere chiamata con tale nome.

Il film che questa settimana vi consiglio è Water di Deepa Mehta.

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